ROMA

Negli obelischi tutta la Storia favolosa e le leggende di Roma

Domenica 29 Marzo 2020 di Valeria Arnaldi
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Imponenti segni di potere. Rimandi a orizzonti di conquista. Perfino testimonianza del gusto del tempo. E nel tempo. Gli obelischi a Roma raccontano Storia e storie, tra grandi eventi, personalità e visione della città. Orologio e pure “calendario”: erano queste le due funzioni garantite dall’obelisco fatto collocare da Augusto in Campo Marzio. L’imperatore fece realizzare una monumentale meridiana - sono stati rinvenuti resti sotto la basilica di San Lorenzo in Lucina - che aveva il suo gnomone nell’obelisco di Psammetico II, portato a Roma nel 10 a.C. da Eliopoli in Egitto: monolite di granito rosso alto circa ventidue metri e interamente ricoperto di geroglifici, fu collocato nello spazio tra le attuali piazza del Parlamento, piazza San Lorenzo in Lucina, vicolo della Torretta.

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Scrive Plinio il Vecchio: «Il divo Augusto attribuì una mirabile funzione all’obelisco che è nel Campo Marzio, cioè quella di catturare l’ombra del sole e di determinare la lunghezza dei giorni e delle notti. Realizzò di conseguenza un pavimento di lastre di ampiezza proporzionale all’altezza dell’obelisco, in modo che l’ombra fosse pari a questo lastricato alla sesta ora del solstizio di inverno e, a poco a poco, giorno dopo giorno, diminuisse e poi aumentasse di nuovo, indicata da regole di bronzo inserite nel pavimento». Posto al centro della zona, l’obelisco proiettava la sua ombra, secondo precisi calcoli matematici e astronomici, che consentivano di segnare puntualmente il passaggio del tempo. Secondo tradizione, il 23 settembre celebrava la nascita di Augusto, investendo l’Ara Pacis. Tra IX e XI secolo, l’obelisco crollò e, coperto da detriti, è stato riscoperto solo nel 1500. Nel 1792 è stato posto in piazza Monte Citorio.

L’obelisco più imponente e antico della città è quello fatto prelevare da Costantino, morto prima di poterlo vedere innalzato, e collocato da Costanzo II al Circo Massimo. In granito rosso, era stato realizzato sotto il faraone Tutmosi III ed elevato nel cortile del tempio di Karnak. Alla morte del faraone, il monumento era ancora privo di iscrizioni. A queste pensò il nipote Tutmosi IV che lo fece portare a Tebe e, dedicata una superficie al nonno, riservò le altre alla sua gloria personale. Nel VI secolo, il monumento fu abbattuto o forse cadde in un incendio.

Rinvenuto nel 1588, fu restaurato e collocato in piazza di San Giovanni in Laterano - dove svetta ancora oggi - dall'architetto Domenico Fontana per volere di papa Sisto V. Il monumento pagano al Sole e poi al potere degli imperatori divenne, di fronte alla sede dei Papi, un omaggio al cristianesimo e al ruolo della Chiesa. Ovviamente, per la trasformazione del "significato" furono necessarie alcune modifiche architettoniche: un nuovo basamento che desse solidità e ancora maggiore altezza alla struttura e una croce posta sulla sommità. Senza dimenticare i simboli araldici del Pontefice, non nel suo ruolo ma nella sua persona.

L’obelisco agonale in piazza Navona fu realizzato all’epoca di Domiziano. La sua storia è legata a papa Innocenzo X e, più ancora, a Gian Lorenzo Bernini che ne fece parte integrante della sua Fontana dei Quattro Fiumi, accentuando il suo simbolismo e facendone elemento portante di un vivace dialogo tra antico e moderno. Il primo passo fu farsi tradurre i geroglifici. Per questo si rivolse al gesuita Athanasius Kircher, che ne offrì un’interpretazione filosofica sulla continuità sapienziale. Il risultato finale è la celebrazione della classicità di pensiero, concepita e ritratta in eterno divenire. L’opera si è prestata nel tempo pure a letture legate al mistero. La tetrade dei fiumi e la forma piramidale della stele sono simboli pitagorici di perfezione divina, mentre le coppie di opposti rappresentano la lotta tra Bene e Male, ribadita dalla pianta della vasca “trafitta” dall’obelisco-sole con rimandi al culto orientale di Zoroastro, in un percorso che culmina nello stemma di Papa Innocenzo X con la colomba-Spirito Santo.

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I nomi di Bernini e Kircher sono legati pure all’obelisco della Minerva, in piazza della Minerva: alto meno di sei metri, fu posto sul dorso dell’elefantino opera dello scultore.
Tra i vari obelischi in città, anche alcune opere moderne. All’Eur, quella di Arturo Dazzi, omaggio a Guglielmo Marconi per l’allora piazza Imperiale, poi intitolata al fisico italiano. Dazzi si mise al lavoro nel 1938, un anno dopo la morte di Marconi. La guerra rallentò, fino a fermarla, la realizzazione, poi ripresa nel 1951. Dopo varie vicende, l’obelisco fu inaugurato il 12 dicembre 1959.
All’Eur, anche “Novecento”, bronzo di Arnaldo Pomodoro, inaugurato nel 2004, in piazzale Pier Luigi Nervi. L’opera appare come un obelisco a spirale, rilettura di una colonna antica modernamente ripensata senza il trionfo di un capitello ma con un articolato fregio che, citazione stilistica della narrazione traianea, illustra la velocità del secolo e il suo costante progresso.
Così l’obelisco, simbolo dell’antica Roma, lo diventa anche della Roma contemporanea, facendosi ponte tra passato e futuro. Ultimo aggiornamento: 14:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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