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Martin Scorsese: «Da 23 anni io e Robert De Niro volevamo lavorare insieme. The Irishman è un film per noi»

Lunedì 21 Ottobre 2019 di Paolo Travisi

«Erano 23 anni, che io e Robert De Niro, volevamo fare un altro film insieme». Parola di Martin Scorsese. Dunque la voglia di lavorare di nuovo sul set, al fianco di un amico, alla base della lunga genesi di The Irishman, diretto dal regista di Taxi Driver, il film più atteso alla Festa del Cinema di Roma, costato 140 milioni di dollari, molti dei quali spesi per ringiovanire il tris di Oscar che ha preso parte al film: De Niro, Al Pacino, Joe Pesci.
 

 

Scorsese, di nuovo a Roma, a distanza di un anno, nella conferenza stampa all’Auditorium Parco della Musica, spiega come è nata l’idea di The Irishman, prodotto da Netflix, che lo distribuirà in sala ed in streaming sulla sua piattaforma. «Bob aveva letto il libro su Hoffa, da cui è tratto The Irishman, e descrivendomi il personaggio si è molto emozionato, allora ho capito che insieme saremmo tornati all’epoca di Quei Bravi Ragazzi e Casinò» dice ancora il regista.

Scorsese, con questo film, sembra chiudere un cerchio ideale legato alla sua fimografia, in cui spesso ha raccontato storie di malavita e Cosa nostra. The Irishman, infatti, racconta gli intrecci tra mafia e sindacati nell'America del dopoguerra, usando il punto di vista del veterano della Seconda Guerra Mondiale, Frank Sheeran (De Niro), imbroglione e sicario, invischiato con il mafioso Russell Bufalino (Joe Pesci), e che avrebbe avuto un ruolo nell'omicidio del sindacalista Jimmy Hoffa, controverso leader sindacale, interpretato da Al Pacino.

Eppure il tema principale, non è il crimine, ma il tempo. «Ci siamo resi conto che avremmo voluto raccontare il passare dell’età, il tempo, la mortalità. In fondo il personaggio di Frank, alla fine resta solo, e rilegge la sua vita. Sia io che De Niro, ci siamo trovati a nostro agio con questo concetto, sul dispiegamento di una vita. E questo è stato l’approccio con cui lo abbiamo fatto. E’ un film per noi stessi».

E se con De Niro e Joe Pesci, Scorsese aveva già lavorato, non mai era accaduto con Al Pacino. «L’ho conosciuto negli anni Settanta, me lo presentò Francis Ford Coppola, poi intorno agli Ottanta avremmo dovuto fare un film su Modigliani. Lui ha lavorato con grandi registi ed è stato De Niro a propormelo per il ruolo di Hoffa - precisa Scorsese - loro due si rispettano come attori, e sentivano che stavano facendo qualcosa di speciale e unico. Con Bob invece non c’era neanche bisogno di parlare, ho preferito per lui un approccio quasi nudo al personaggio».

The Irishman, con un costo alto ed una lavorazione di anni, rallentata dalla tecnologia necessaria e sperimentale per ringiovanire i protagonisti, quando il film racconta un’epoca precedente, «è stato possibile solo grazie a Netflix» ci tiene a puntualizzare il regista. «Io volevo girare con i miei amici, non volevo giovani attori al loro posto, ma non c’erano abbastanza soldi a Hollywood, così è arrivata Netflix, che mi ha concesso tempo, soldi e libertà creativa, a patto che il film andasse anche in streaming. E va bene, oggi l’importante è riuscire a fare i film».

E Scorsese pensa alle difficoltà dei giovani registi nel portare in sala dell belle storie e non solo quelle tratte dai fumetti. «Se avessi avuto 30 anni di meno, non sarebbe stato possibile fare i film che ho fatto, con De Niro, Leonardo Di Caprio, nessuno mi avrebbe dato i soldi necessari. L’unico modo per vedere un film, è farlo. Un autore non ha il controllo su come verrà visto un film. In futuro saranno ologrammi, virtuali, chissà, ma spero che il cinema continui a sostenere i film di narrazione. Oggi le sale sembrano un parco dei divertimenti, va bene, ma questo non dovrebbe diventare quello che i nostri giovani pensano sia il cinema».

 

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