D'Ambrosi: «Il Festival del Cinema Patologico sarà online con film da tutto il mondo. Ma serve un aiuto sanitario»

Mercoledì 15 Aprile 2020 di Leonardo Jattarelli
Dario D'Ambrosi regista e attore, fondatore del Teatro Patologico e del Festival Internazionale del Cinema Patologico
Il cinema contro ogni barriera, lontano da qualsiasi pregiudizio e aperto al confronto, all’attenzione verso chi è in difficoltà, in aiuto ai diversamente abili. Dario D’Ambrosi, regista e attore, è uno cocciuto, grande cuore e professionalità, enorme conoscenza del settore. Lo storico fondatore del Teatro Patologico ora lotta anche nel difficile momento della pandemia e crea una sorta di ponte tra chi è chiuso nelle case e chi vuole mandare messaggi attraverso il grande schermo. L’undicesima edizione del suo Festival Internazionale del Cinema Patologico, per la prima volta si terrà online proprio sul sito dello storico teatro www.teatropatologico.com e prenderà il via il 17 aprile per concludersi il 26. Diciassette cortometraggi e quattro lungometraggi provenienti da ogni parte del mondo.

D’Ambrosi, come ha organizzato la piattaforma?
«Come un grande contenitore cinematografico aperto al mondo. Una selezione di film arrivati da ogni parte del pianeta, India, Iran, Egitto, Canada, Messico, Russia, Francia, Polonia, Uganda e Italia naturalmente. Le opere, come sempre, verranno valutate dalla particolarissima Giuria di questo Festival, ciò che lo rende davvero unico al mondo, interamente composta dagli attori diversamente abili della Compagnia Stabile del Teatro Patologico e dagli allievi del primo Corso Universitario di “Teatro Integrato dell’Emozione”, ideato e realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata».

Si tratta di film non necessariamente legati alla tematica del disagio sociale
«Vogliamo promuovere il giovane cinema italiano e straniero ed attivare sinergie tra il mondo della Settima Arte e ambienti in cui si lavora sul disagio mentale e l’emarginazione sociale, convinti che questo possa contribuire ad un’evoluzione del linguaggio cinematografico stesso. Ma l’aggettivo “patologico” associato al nome del Festival si riferisce, in senso lato, alla composizione della giuria dello stesso, non ai temi dei lavori presentati che spazieranno attraverso i più svariati contesti».



Parliamo allora del cartellone di questa undicesima edizione online
«Nella sezione cortometraggi abbiamo diciassette titoli: l’indiano Food di Anvay Shinde, l’iraniano Hug Me di Ahmad Seyedkeshmiri, il portoghese Bad Seed di Guilherme Daniel e ancora il francese Orpheus di Rudy Bourgoin – Kevann Boussac – Jules Dassié – Ornella Sessa – Aleksander Rudnicki – Vincent Veux , l’italiano Coffe Braak d Christian Filippi, Alessandro Rotili, Valerio Martinoli, Roberto Falessi, Odysseus di Daniel Le Hai polacco, Life Gone With The Wind di Siavash Saedpanah dall'Iran,  l'opera russa Where Have All The Cowboys Gone? di Arkadii Zirin,  ancora l'Italia con Cineterapia di Sabrina Scuccimarra, il francese Titan (Creative Spirit) di Guillaume Bricout, Gary Jeannot, Lorraine Jacquot, Leonard Laville, il canadese Wrap Me Up di Brittney Vincent Rene-Lortie,  Lady Bug di Nicola Di Lello, Carmelo Iacona, Tiziano Fortunato, Pipo And Blind Love di Hugo Le Gourrierec  ancora dalla Francia, l'egiziano Coffin Decollette di Nancy Kamal, Stones di Alexander Mescheryakov , Rondini all'inferno di Vladimir Di Prima  Another Day di Natalia Vorotnikova, Igor Nurgaliev, No Smoking On A Train di Shoora Vatman, Kseniia Vasileva, Julia Franke, Natalia Vorotnikova e Backeat di Christian Filippi, Alessandro Rotili, Valerio Martinoli, Roberto Falessi».

Per i lungometraggi?
«Abbiamo il messicano Last Memories Before I Die di Brandon Piper,  gli italiani Come te stesso di Simone Pizzi, Affittasi vita di Stefano Usardi, Badanti di Paolo Pandin, l'ugandese Zumbalu di Geofrey King e un altro italiano, Il Drago della Terra Bianca di Mario Raele».





Quali tematiche verranno affrontate? 
«Sono numerose e molti interessanti. Si va dalla violenza sulle donne, a due film animati a sfondo sociale, oltre al tema dell'immigrazione, a quello del bullismo, e la cosidetta  residenza della disabilità mentale, cioè la volontà di far capire quanto aiuto ha chi vuole essere autonomo. Un po’ come fece Basaglia, quelle villette a schiera a Trieste con le quali intendeva dimostrate l’autonomia dei disagiati psichici con cure a distanza. Finora abbiamo registrato 6 mila persone che in due giorni hanno già seguito il trailer del Festival».

E’ un primo grande esperimento che anticipa quello che sarà il nuovo volto dei festival internazionali?
«Si certo ed è importante perchè sarà ciò che accadrà anche per Cannes, Berlino, Venezia. Tutti amiamo l’idea del contatto e quando sei costretto a fare a meno del pubblico presente, soprattutto per il teatro, si tratta di una sensazione terribile. Per il cinema credo possa essere diverso». 

D'Ambrosi, all'impossibilità del contatto in tempi di pandemia si unisce sicuramente la difficoltà delle cure e dell'isolamento per chi soffre di disagi psichici.
«Lavoro da ormai trent’anni con ragazzi affetti da patologie di disabilità psichica e fisica; con loro, svolgo un percorso riabilitativo che parte dalla teatro-terapia per arrivare alla gestione e al controllo delle proprie emozioni. Si tratta di un lavoro estremamente specifico e ponderato, frutto di anni di esperienza e studi, ricerca e sacrificio. Per ogni patologia occorre un approccio differente, ogni esercizio è costruito e formato sulle necessità del singolo paziente. Una persona affetta da schizofrenia necessita di un lavoro teatrale differente da un ragazzo con sindrome di down o da chi soffre di disturbo dello spettro autistico. Si tratta di un impegno estremamente complesso e con responsabilità che si riversano non solo sulla salute psicofisica degli allievi ma anche sulla serenità e il benessere di intere famiglie».

Come si può intervenire?
«Tanti genitori hanno espresso gratitudine per il lavoro miracoloso che vien fatto sui propri figli, affermando di aver recuperato un equilibrio interno, fra le mura domestiche, e non ultima la possibilità di dormire, di nuovo, recuperando i ritmi salutari di sonno-veglia. Grazie a questo approccio, si è riusciti ad allentare la dipendenza e il rapporto che l’utente attore ha maturato, nel corso della propria vita in terapia, con lo psicofarmaco. Ma adesso sta crollando ogni vantaggio recuperato all’interno dei laboratori di cura teatrale. La reclusione forzata per ottemperare all’obbligo di quarantena ha riportato i disabili alla necessità (e schiavitù) nei confronti del farmaco, riprendendo ad assumerne quantitativi pericolosi che vanificano il lavoro svolto con il Teatro Patologico».

Vuole lanciare un appello?
«Sinceramente è difficile quantificare e immaginare il nuovo dramma che familiari e pazienti stanno rivivendo in queste settimane, dove la clausura sta esacerbando tratti delle patologie e riportando a episodi di violenza e sofferenza chi ne è affetto e chi se ne occupa. Basti solo pensare alla categoria affetta da autismo di forma grave-gravissima; lo spazio, imprescindibile perché si possa manifestare (e liberare) il carico emotivo dato da frustrazioni interne ed allucinazioni, viene a mancare: come chiusi in un recinto, gli utenti soffocano il vigore fisico e mentale, procurandosi un danno che rischia di diventare permanente. Per questo, avanzo una richiesta che si fa anche proposta salvifica e urgente: liberiamo da questa nuova condizione di manicomio castrante i ragazzi disabili. Diamo loro la possibilità di vedere il cielo, di sentire la terra sotto i piedi e credere, se vogliono, che questa quiete apparente sia un mare in tempesta da navigare e dal quale non finire travolti. Mi scrivono centinaia di genitori descrivendomi il malessere dei proprio figli e familiari. Noi lavoriamo sull’emozione e l’autostima con percorso straordinari».
Ma concretamente cosa si può fare?
«Procurare e praticare i tamponi. Le Asl di competenza possono chiamare e operare. Quando si avrà la possibilità, è necessario far uscire queste persone, almeno un’ora ognuna, rispettando tutte le regole, per fare esercizi terapeutici. Si tratta di 60 ragazzi il che vuol dire un bacino di 2000 persone contando tutti i familiari. E' un lavoro necessario. Diamoci da fare e le cose cambieranno per tutti». © RIPRODUZIONE RISERVATA