I Masai «sono troppi, rovinano il Parco». E ora la Tanzania li vuole sfrattare

Dal 1959 il numero di persone nella foresta di Ngorongoro è passato da 8mila a 100mila

I Masai «sono troppi, rovinano il Parco». E ora la Tanzania li vuole sfrattare
di Simona Verrazzo
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Sabato 19 Marzo 2022, 07:17 - Ultimo aggiornamento: 07:28

In Tanzania è scontro sul Ngorongoro, l'immenso cratere vulcanico nel nord del paese, uno dei luoghi simboli d'Africa e tra i più belli del continente, in particolare per la sua varietà di fauna e flora. Un ecosistema unico, con la caldera chiusa al resto del mondo dal perimetro del cratere, in cui vivono anche i Masai, una delle popolazioni indigene presenti nell'Africa orientale, pastori semi-nomadi che si spostano tra Kenya e Tanzania, che adesso rischiano di essere sfrattati.
IL PERICOLO
Al centro del braccio di ferro con il governo di Dodoma è la crescita demografica esponenziale dei Masai, che sta rappresentando un pericolo proprio per gli animali e le piante del Ngorongoro, le cui risorse sono limitate, a cominciare da quelle idriche.

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Per oltre un secolo i pastori Masai della Tanzania hanno condiviso la celebre riserva naturale protetta corrispondente alla caldera insieme a numerosissimi animali, come zebre, elefanti, gnu, bufali, gazzelle, leoni, ma adesso rischiano di essere allontanati poiché la grandezza della loro comunità rappresenta una minaccia per la fauna selvatica. Dal 1959, anno della costituzione della Ngorongoro Conservation Area, il numero di esseri umani nella riserva è balzato da 8.000 a più di 100.000 lo scorso anno. Il bestiame è cresciuto ancora più rapidamente, da circa 260.000 capi nel 2017 a oltre un milione di oggi. Un numero troppo elevato, soprattutto per le fonti d'acqua, specchi in cui si abbeverano anche gli animali non allevati dai Masai, la cui convivenza sta diventando sempre più difficile.
Finora le autorità hanno consentito al popolo di pastori di poter vivere nella riserva naturale, garantendo loro protezione quando sembrava che dovessero essere trasferiti per far posto a strutture turistiche. Ora, però, la loro presenza sta mettendo a rischio il delicato equilibrio ambientale che rende eccezionale il Ngorongoro. La presidente della Tanzania, Samia Suluhu Hassan, già lo scorso anno aveva lanciato l'allarme. «Stiamo perdendo Ngorongoro», era stato il suo monito, ordinando ai funzionari statali preposti di studiare come porre un freno alla crescita demografica nell'area. Dal canto suo il primo ministro, Kassim Majaliwa, ha proposto un programma di trasferimento volontario nel distretto di Handeni, dove il governo ha stanziato 162.000 ettari per i pastori.

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LA RICCHEZZA
La comunità Masai si è spaccata, tra chi vede nei nuovi terreni un'opportunità e chi non intende lasciare la riserva. Il Ngorongoro è una delle principali ricchezze della Tanzania, sia come attrazione turistica sia come regione a tutela della flora e della fauna locali. A differenza che nel resto dell'Africa, non ci sono le grandi migrazioni, poiché gli animali si muovono entro lo spazio delimitato della caldera, che comunque è la più vasta del mondo senza interruzioni. Situata a un'altezza di oltre 2.200 metri e con un diametro di oltre 16 chilometri, è un vastissimo spazio, prezioso custode di una biodiversità spettacolare che però la presenza umana sta mettendo a rischio. Preziose anche le sue testimonianze archeologiche: è lì che sono state rinvenute le prime impronte di ominidi, risalenti a 2,6 milioni di anni fa. Per la sua bellezza e la sua importanza nel 1979 è stato inserito dall'Unesco nella lista Patrimonio dell'Umanità.
 

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