Scuola, Ricciardi: «Serve una vera selezione all'ingresso, la valutazione sia affidata ad esterni»

Scuola, Ricciardi: «Serve una vera selezione all'ingresso la valutazione sia affidata ad esterni»
di Lorena Loiacono
4 Minuti di Lettura
Domenica 24 Ottobre 2021, 11:48 - Ultimo aggiornamento: 11:57

Giovanni Ricciardi, professore di greco e latino del liceo Pilo Albertelli di Roma e scrittore di gialli per Fazi Editore, la scuola italiana ha bisogno di essere valutata?
«È un tema complesso, credo che sul fatto che ci sia bisogno di valutazione possiamo essere tutti d'accordo ma in realtà non è mai stato trovato un accordo su cosa significa valutare i docenti e come farlo. Quindi non è mai partita».
Dove bisogna intervenire?
«Dalla valutazione in ingresso. Chiediamoci innanzitutto come si fa la selezione degli insegnanti: per decenni l'ingresso dei docenti nella scuola italiana non si è basato solo sui concorsi ma anche sulle sanatorie e sui concorsi straordinari, connessi all'anzianità del precariato. Ogni volta è stata percorsa una strada diversa».
Oggi come viene valutato un docente?
«Semplicemente non viene valutato. In 30-35 anni di insegnamento non c'è mai un momento veramente valutativo. Si può essere un professore straordinario o uno che legge il giornale in classe e non cambia nulla. C'è chi si aggiorna e lo fa per una motivazione personale e chi invece resta fermo. La carriera non cambia».
Il merito non incide sulla carriera?
«Nella scuola non esiste questo meccanismo di avanzamento, c'è solo l'anzianità di servizio».
Neanche con gli aggiornamenti sulla formazione?
«Una seconda laurea o un dottorato non hanno alcun effetto sulla carriera, valgono solo nel punteggio per la graduatoria interna dei docenti: quando c'è un esubero, l'ultimo in graduatoria deve cambiare istituto».
È il momento di intervenire?
«È il momento di affrontare la necessità della valutazione dei docenti, iniziando però a chiederci lo scopo della valutazione: serve per premiare i docenti meritevoli, come avviene all'estero, oppure per ricollocare quelli non all'altezza del ruolo che hanno? In entrambi i casi sarebbe difficile».
Perché?
«Premiare, con dei bonus, i migliori creerebbe una spaccatura nella comunità scolastica mentre spostare quelli non adatti, per ora, non è possibile perché non è prevista una mobilità interna».
L'obiettivo è migliorare la didattica.
«Allora il problema fondamentalmente è partire da una selezione iniziale che riesca davvero a portare in cattedra persone meritevoli, idonee sia dal punto di vista delle conoscenze sia psicologicamente e umanamente. L'insegnamento è conoscenza ma gli va riconosciuto anche un ruolo artigianale: si lavora sulle persone e questo aspetto non è quantificabile numericamente».
Con la valutazione iniziale cosa si ottiene?
«Una selezione migliore in ingresso alzerebbe l'asticella della qualità degli insegnanti. Ed è un punto di partenza sicuramente migliore».
Poi una volta in ruolo?
«Bisognerà capire come valutare l'insegnante durante gli anni in cattedra. Credo sia necessario affidare la valutazione ad un ente esterno, terzo. Non credo nell'autovalutazione della scuola».
Perché?
«La scuola tende ad essere autoreferenziale, pensiamo ai voti di maturità: sono alti anche lì dove gli esiti dei test Invalsi sono negativi».
Servono quindi parametri uguali per tutti.
«Sì, uguali per tutti e non solo: bisogna prima decidere dove porre l'attenzione. Faccio un esempio che non ha a che vedere con la valutazione dei docenti: Eduscopio, il sistema della Fondazione Agnelli da cui i giornali formulano classifiche delle scuole migliori. Per individuare le scuole che hanno i migliori esiti post diploma, usa come criterio il risultato: il maggior numero di ragazzi che trova lavoro in breve tempo o che ha successo negli studi universitari. Eduscopio non prende in considerazione altri aspetti ma adotta un criterio chiaro e le famiglie, prima di iscrivere i figli a scuola, consultano sempre le classifiche. Basta sapere cosa e dove si sta cercando».

Sono tanti i criteri da seguire?

«Sì, ad esempio: se ho 19 alunni in classe lavoro in un modo, se ne ho 30 lavoro in un altro. Il vero problema è un serio investimento che permetta di lavorare con meno alunni per classe. Così la scuola avrebbe qualche vera chance per affrontare il suo compito».
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA