Coronavirus, «Chi guarisce resta immune, ma solo per un anno»: le ipotesi dei ricercatori su anticorpi e vaccini

Una donna sottoposta a test sierologico
di Pietro Piovani
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Mercoledì 15 Aprile 2020, 10:05 - Ultimo aggiornamento: 12:31

Si può diventare immuni dal Covid-19? È la domanda a cui diventa ogni giorno più importante rispondere, per capire quando e come si potrà ricominciare a vivere, se si può arrivare con il tempo a un'immunità di gregge, e anche se riusciremo mai ad avere un vaccino. Ma la risposta ancora non c'è. Uno dei più importanti epidemiologi del mondo, il professor Marc Lipsitch dell'università di Harvard, ha provato a sintetizzare in un articolo sul New York Times il poco che si sa e il moltissimo che per ora non si sa. E tra le tante ipotesi possibili, una di quelle che vengono prese più sul serio è che, una volta guariti da questo virus, si possa sperare in uno o due anni di immunità.

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La prima cosa da sapere è che ogni virus, una volta superata la malattia, si comporta in modo diverso. Alcuni ci lasciano immuni per tutta la vita: l'esempio classico è il morbillo. Per altri invece non è prevista alcuna immunità. In mezzo a questi due estremi ci sono tante vie di mezzo, virus da cui si rimane immuni ma per un periodo limitato, virus che possono tornare a infettarci ma in forme più blande. Nessuno al momento è in grado di dire quale sia la natura del Sars-Cov-2: è troppo presto, non ci sono dati, non c'è una casistica sufficiente, non ci sono studi su pazienti guariti e osservati nel tempo. Ci sono però i confronti con i virus più simili, gli altri coronavirus. I due più simili sono la Sars e la Mers, ma anche su di quelli non abbiamo informazioni sufficienti: troppo pochi sono stati i malati, le epidemie si sono esaurite (fortunatamente) abbastanza presto. Ci sono però gli altri coronavirus, quelli che provocano soltanto un raffreddore o al massimo una polmonite non grave (ne esistono quattro che circolano abitualmente tra di noi). Non essendo malattie letali, i ricercatori hanno potuto permettersi di inocularli su un campione di volontari, due volte a distanza di un anno. Il risultato è stato che in effetti dopo la guarigione da questi coronavirus si esce immunizzati. Non solo, ma anche quando si è provato a inoculare la seconda volta una forma del coronavirus leggermente variato, si è visto che il sistema immunitario riusciva comunque a difendersi e a limitare i danni per cui il paziente manifestava sintomi attenuati, non gravi. Una buona notizia dunque. Ma altri studi condotti sui sopravvissuti alla Sars e alla Mers hanno fornito informazioni meno rassicuranti: dopo la guarigione questi pazienti avevano effettivamente nel sangue gli anticorpi sviluppati per proteggersi dal virus, il che confermerebbe la capacità dell'organismo umano di immunizzarsi; ma i test mostravano anche che la capacità di questi anticorpi di neutralizzare l'attacco virale tende a declinare con il tempo. Quanto tempo? Due anni per la Sars, tre anni per la Mers, poi si torna a essere esposti allo stesso virus.

Sars e Mers in genere sono presi come termini di riferimento per capire come si comporta il Sars-Cov-2, che è un loro parente abbastanza stretto. Per questo la supposizione che i virologi fanno è che anche da questo nuovo virus ci si possa immunizzare per uno, due, al massimo tre anni. Ma ci sono delle incognite. Perché se è probabile che il nuovo coronavirus abbia caratteristiche analoghe a quelle dei virus a lui più affini, non è per forza detto che faccia proprio le stesse cose. In questi primi mesi di epidemia, per esempio, si sono registrati casi di re-infezione: pazienti guariti che a sorpresa dopo qualche settimana sono tornati positivi al tampone. Questo non è certo un bel segno. Potrebbe essere successo, certo, che questi individui erano in realtà stati dati per guariti per errore. È il fenomeno dei falsi-negativi: è stato calcolato che un malato di Covid-19 su tre non viene rilevato dal test nasale. Anche per questo è stata stabilita la regole per cui un paziente può essere dichiarato guarito solo dopo due tamponi negativi a distanza di un giorno, ma le probabilità che l'errore si ripeta per due volte, pur essendo basse, non sono del tutto azzerate. Per capire come stanno le cose si sta studiando - spiega l'epidemiologo Lipsitch - la sequenza genetica del virus trovato nei presunti soggetti re-infettati: se ci sono minime mutazioni significa che si è di fronte a un nuovo contagio, se il genoma è rimasto identico allora è una prosecuzione di un'unica malattia.

Sapere se esiste un'immunità da virus e per quanto tempo duri è importante per tre ragioni. La prima è che le persone immunizzatesi dopo la malattia potrebbero tornare a lavorare e a vivere normalmente, contribuendo alla ripartenza dell'economia e della società. La seconda è che, nel lungo termine, una volta arrivati a un numero consistente di contagiati guariti, un'immunizzazione diffusa può garantire la famosa immunità di gregge che ferma l'epidemia e porta di fatto alla cancellazione del virus. È uno scenario che ci si augura, ma certo non il migliore: l'immunità di gregge esiste se almeno il 60% della popolazione si è già ammalato, un traguardo al momento lontano e che potrebbe essere raggiunto mettendo nel conto - solo in Italia - più di un milione di morti. E allora la terza ragione per cui è importante che il coronavirus ammetta una forma di immunità è proprio quella che ci permetterebbe di evitare la drammatica prospettiva di una strage: la capacità dei nostri anticorpi di creare una difesa permanente contro il Sars-Cov-2 è la base per poter avere un vaccino.

Le incognite sono molte, alcune particolarmente scoraggianti. Tra le eventualità che non si possono escludere c'è il fenomeno del cosiddetto “immune enhancement”, il potenziamento immunitario, formula che suona bene ma che in realtà nasconde qualcosa di pessimo. L'epidemiologo Lipsitch lo spiega così: «L'immunità a un virus in alcuni casi può esacerbare l'infezione invece di mitigarla. Questo fenomeno è noto soprattutto nei cosiddetti “flavivirus”, ed è ad esempio il motivo per cui il vaccino contro la febbre del Dengue a volte peggiora la malattia anziché prevenirla». Per fortuna, aggiunge lo studioso di Harvard, esistono già ricerche condotte in particolare sulla Sars e sulla Mers che hanno iniziato a chiarire qual è il meccanismo dell'”enhancement” e hanno indicato una strada per aggirarlo.

Insomma le ragioni per preoccuparsi sono molte ma non mancano i motivi per sentirsi rassicurati. Uno di questi è la possibilità che anche l'essere venuti a contatto in passato con altri coronavirus più miti (i quattro raffreddori molto diffusi di cui si parlava prima) prepari già il nostro sistema immunitario ad affrontare il Covid-19. È questo il motivo per cui tante persone reagiscono bene all'infezione mentre alcune sviluppano sintomi più gravi? «La questione è aperta» dice Lipsitch.

Così come un'altra questione cruciale è ancora da chiarire: in che misura il Sars-Cov-2 è capace di modificare il proprio codice genetico? Non si è ancora arrivati a conclusioni definitive, l'andamento dell'epidemia in Europa lascerebbe pensare a una certa stabilità, ma lo studio del ceppo asiatico del virus rivela invece un'importante capacità di mutare che potrebbe compromettere l'efficacia di vaccini e terapie. Anche una ricerca condotta al Campus biomedico di Roma (e pubblicato sulla rivista “Journal of Translational Medicine”) arriva a concludere che il coronavirus partito dalla Cina ha subito una mutazione di rilievo una volta arrivato in Europa e in Nord America, che lo ha reso più contagioso e resistente. Proprio per colpa di questa mutazione - ha spiegato Massimo Ciccozzi, l'epidemiologo del Campus biomedico - il Covid-19 non viene fermato da certi farmaci antivirali utilizzati fin qui in fase sperimentale.

 
 
 
 

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