CORONAVIRUS

Coronavirus, anoressia e bulimia tra gli effetti dell'ansia causata dal virus

Giovedì 10 Settembre 2020 di Carla Massi

Uno degli effetti della pandemia si nasconde tra le mura di casa. A volte di una stanza. Perché è difficile scovarlo, perché si nasconde. Parliamo del disturbo del comportamento alimentare, di anoressia e bulimia. Del drammatico e, spesso, mortale rapporto con il cibo. Soprattutto tra i giovani, e non solo. I numeri ci dicono che pure l’età adulta, donne in particolare, ormai si ritrova a curarsi perché non mangia o mangia troppo. Prima il lockdown e poi lo stress diffuso della pandemia hanno fatto da detonatori in chi, con l’alimentazione, aveva sicuramente in nuce dei problemi. I nuovi casi, da marzo ad oggi, sarebbero cresciuti del 30%. Forse, la cifra è ancora più alta. Ed ora, purtroppo, chiedere aiuto non è così facile come prima dell’emergenza. L’attività di molti centri pubblici, infatti, è stata ridotta.

Il virus, in questo caso, non ha infettato ma ha lasciato e lascia i segni della sua presenza. O meglio, del timore generalizzato. Insieme ai cambiamenti delle abitudini quotidiane e all’obbligo di proteggersi sempre. L’allarme l’aveva dato a maggio l’Istituto superiore di sanità richiamando l’attenzione con un documento sui disturbi dell’alimentazione. Si parlava di “rischio ricadute” e “peggioramento” durante l’isolamento, della vulnerabilità fisica rispetto al Covid di chi soffre di anoressia o bulimia e “della possibile comparsa di un disturbo ex novo”. Un quadro che la realtà di questi giorni ha confermato. Il primo colpevole è stato il lockdown in primavera, poi la paura del contagio associata alla sensazione di non riuscire a tenere tutto sotto controllo. «L’isolamento prolungato - spiegano all’Istituto superiore di sanità - ha limitato la possibilità di praticare attività fisica e aumentato il timore di prendere peso, portando a ulteriori restrizioni dietetiche. Le scorte alimentari in casa hanno facilitato le abbuffate alimentando una serie di meccanismi legati al peso come l’uso di diuretici e lassativi o vomito indotto».

Ma tutto questo resta anche quando, seppur con tante limitazioni, la vita sociale è ormai ripresa? «Sì, è difficile adesso tornare indietro se la malattia si è palesata - spiega la psichiatra Marta Agosti, direttore sanitario di Villa Miralago, centro per la cura del comportamento alimentare in provincia di Varese - L’aumento dei casi c’è, si trattava, con ogni probabilità, di situazioni sottosoglia che la pandemia ha fatto emergere. Questa ha offerto le condizioni perché il disturbo si palesasse. Ricordiamo che in quei giorni, oltre a stare in casa, si poteva uscire quasi solo per andare al supermercato. Due erano i richiami costanti: il cibo e il numero delle persone che erano decedute. Due elementi che possono avere la forza di destabilizzare. L’alimentazione è il nemico con il quale si combatte quotidianamente e il bollettino dei decessi è il richiamo continuo alla pulsione di morte che accompagna chi soffre di queste patologie».

Adesso, secondo gli esperti, è il momento di aprire gli occhi soprattutto sui giovani e sul loro rapporto con il cibo dopo questa tempesta. Perché non si arrivi tardi, come avviene nella maggioranza dei casi, alla diagnosi. Uno dei più grandi nemici dei disturbi del comportamento alimentare è la sottovalutazione iniziale che fanno i genitori. «Fanno passare molto tempo prima di rendersi conto - aggiunge la psichiatra - I giovani, è vero, non accettano di sentirsi malati e curati ma in qualche modo una mano va tesa perché si fermino prima possibile. Ora, la situazione generale, non aiuta alla distensione e genera ansia. Perché è necessario fare attenzione all’eccesso di isolamento della ragazza o ragazzo, al rapporto che ha con la propria immagine, al nascondersi per mangiare o buttare i cibo. Gli adulti devono fare lo sforzo di parlarne e non far mai finta di niente. Mai trattare quella parte del paziente come una parte invisibile. Si fa peggio. La parola, da subito, può aiutare a cambiare la rotta».

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