L’infamia del 16 ottobre rimasta senza colpevoli

All’alba di 78 anni fa soldati nazisti deportarono ad Auschwitz 1023 ebrei della Capitale. Solo in 16 tornarono a casa. Tra processi e vergognosi scarichi di responsabilità, nessun militare venne condannato per quel rastrellamento

L infamia del 16 ottobre rimasta senza colpevoli
di Carlo Nordio
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Venerdì 15 Ottobre 2021, 21:54 - Ultimo aggiornamento: 16 Ottobre, 08:15

All’alba del 16 ottobre 1943 alcune centinaia di militari tedeschi appartenenti alle SS, Gestapo e Sicherheitsdienst, circondarono il vecchio Ghetto di Roma, irruppero nelle abitazioni, ne trascinarono fuori uomini, donne e bambini, li raggrupparono provvisoriamente come agnelli al macello, quindi le ammassarono in carri bestiame con destinazione Auschwitz, in Polonia. Vi arrivarono dopo sei giorni di viaggio senza cibo né acqua, in condizioni igieniche spaventose. Alcuni erano gà morti per fame, asfissia o suicido. I superstiti furono scaricati e, dopo una rapida selezione, spediti in maggioranza nella camere a gas. Gli altri restarono a languire nel campo, in attesa del loro turno. Alla fine, su 1023 deportati, ne tornarono 16.

LA SOLUZIONE FINALE

Il rastrellamento e lo sterminio erano la diretta conseguenza di due circostanze. La prima era la conferenza di Wannsee, tenutasi nel gennaio 1942, dove Reinhard Heydrich, braccio destro di Himmler, aveva dettato i termini della “soluzione finale”, cioè l’annientamento del popolo ebraico. Adolf Eichmann, che vent’anni dopo sarebbe stato giudicato, condannato e impiccato in Israele, aveva tenuto rigorosamente la contabilità dei “giudei” presenti in Europa, compresi quelli di Paesi nemici come la Gran Bretagna, o addirittura alleati, come appunto l’Italia. Tutti da eliminare. L’Inghilterra rispose mandando migliaia di bombardieri a radere al suolo la Germania, dando a Hitler una saggia lezione di umiltà. Ma l’Italia, dopo l’armistizio dell’8 settembre, si trovò in balia delle truppe naziste. E questa fu la seconda circostanza. 

IL VELODROMO

L’operazione romana fu tra le maggiori, e le più crudeli, condotte nell’Europa occidentale. Aveva un precedente anche più spregevole nella retata di Parigi, la famosa “Rafle du Vel d’Hiv” del luglio del ‘42, quando migliaia di ebrei del quartiere del Marais erano stati arrestai e rinchiusi nel Velodromo d’Inverno, in attesa della deportazione. Era stata eseguita esclusivamente dalla polizia francese, sia pure per ordine dei tedeschi, ma il regime di Vichy ci aveva messo del suo. Da noi gli ebrei erano stati risparmiati, e nei territori occupati dagli italiani, dalla Grecia alla Francia sudoccidentale, addirittura protetti dalle grinfie della Gestapo. Ma dopo l’8 settembre l’Italia era considerata terreno ostile, e gli ebrei i principali nemici.

IL VATICANO

A Roma intervennero solo truppe tedesche, le nostre autorità collaborarono fornendo elenchi, nomi e indirizzi, che peraltro la Gestapo già possedeva. Il Vaticano evitò ogni protesta, ma conventi, chiese, seminari e palazzi garantiti dall’extraterritorialità si riempirono di ebrei scampati al rastrellamento. Tuttavia questa sorta di neutralità della Repubblica Sociale durò poco. Con un decreto del 30 novembre il ministro dell’Interno dispose l’arresto e l’internamento di tutti gli ebrei italiani e stranieri, con la confisca dei beni. La milizia fascista emulò l’efficienza delle SS nell’individuarli e avviarli allo sterminio. A Venezia, il ghetto fu svuotato non dalla Gestapo ma dai repubblichini: 254 abitanti furono deportati, ne sopravvissero otto. Il conto finale fu terrificante, anche se inferiore rispetto ad altre nazioni più sfortunate. Dei circa trentamila ebrei residenti in Italia due terzi si erano salvati, principalmente per merito di religiosi. Alle accuse di “silenzio” rivolte a Pio XII nel dopoguerra, il professor Pinchas Lapide, dell’Università di Gerusalemme, rispose con un documentatissimo libro dove riportava gli attestati di gratitudine delle varie comunità ebraiche e dello Stato di Israele per i soccorsi prestati dalla Chiesa a quel popolo perseguitato.

LE RESPONSABILITÀ

Dopo la guerra, iniziarono le indagini per individuare i colpevoli di questi macelli. Compito difficile, perché le migliaia di sgherri al servizio di Hitler riversarono tutte le colpe sul defunto dittatore, invocando l’alibi di aver eseguito gli ordini. In realtà il problema era complicato dalla stessa divisione di competenze per la “soluzione finale”. Per quanto riguardava l’Italia, il supremo comando militare dipendeva dal feldmaresciallo Albert Kesselring, che in teoria avrebbe potuto quantomeno impedire la circolazione dei treni dei deportati; le SS romane dipendevano da Herbert Kappler, tristemente famoso per il massacro delle Fosse Ardeatine e successivamente condannato all’ergastolo. Kappler era un semplice tenente colonnello, a suo volta sottoposto ai generali Wolff e Harster, che spesso entravano in conflitto tra loro, ma riceveva ordini direttamente da Berlino, cioè da Himmler, scavalcando i superiori. Questa confusione generò uno scaricabarile di responsabilità dove fu quasi impossibile procedere a una selezione rigorosa di comportamenti colpevoli. Alla fine nessuno di questi militari fu processato per l’operazione del Ghetto

NORIMBERGA

Il Tribunale di Norimberga giudicò, condannò e impiccò quanto restava dei capi nazisti: tra questi Ernst Kaltenbrunner, successore di Heydrich e capo della Gestapo e del SD, e il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, comandante in capo della Wehrmacht, e quindi diretto superiore di Kesselring. Ques’ultimo fu arrestato, portato a Venezia e giudicato da militari inglesi. L’imputazione era duplice: il massacro delle Fosse Ardeatine e il bando con cui autorizzava le rappresaglie sui civili. Gli inglesi avevano uno strano modo di procedere: si riservarono di giudicare i militari più elevati in grado, lasciando gli altri alle giurisdizioni locali. Così essi processarono, con le stesse imputazioni di Kesselring, i generali Maelzer e Von Makensen, mentre lasciarono Kappler ai tribunali italiani. Il 6 maggio 1947 Albert Kesselring fu condannato a morte, la sentenza fu commutata e finì in prigione, dove scrisse le sue memorie, ma non ci restò a lungo: nel 1952 fu liberato per ragioni di salute. Fino alla fine si dichiarò fiero di tutto e pentito di nulla. 

I DOVERI

La tragedia del Ghetto romano dovrebbe comunque porre fine alle eterne discussioni sul comportamento dei militari tedeschi, sul diritto di rappresaglia, e sul dovere di ubbidire agli ordini. Deportando al massacro centinaia di civili inermi, compresi i bambini, Wehrmacht e SS avevano violato tutte le norme umane e divine dell’etica e del diritto. Quest’ultimo era ed è chiarissimo sui doveri delle truppe di occupazione: rispettare la vita, l’incolumità e la proprietà degli occupati. L’esordio dei nazisti con la deportazione degli ebrei di Roma basta da solo per definire i tedeschi una banda di fuorilegge, contro i quali ogni reazione sarebbe stata legittima. Quanto a Kappler, evase nel 1977 dall’Ospedale del Celio con una rocambolesca fuga favorita, si disse, dal governo italiano in cambio di aiuti economici della Germania Federale. Morì di cancro pochi mesi dopo.

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