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Vaccini, «Nel Lazio ci si vaccina prima»: in 50mila spostano il domicilio

Covid, in 50 mila spostano il domicilio nel Lazio: «Ci si vaccina prima»
di Francesco Pacifico
4 Minuti di Lettura
Martedì 20 Aprile 2021, 22:25 - Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 13:32

Perché prendere un aereo per arrivare fino a Belgrado o verso mete più esotiche, quando per vaccinarsi prima si può tranquillamente salire su un treno con destinazione Roma? Sì perché la macchina vaccinale messa in piedi dal Lazio (quasi 1,6 milioni somministrazioni a ieri, circa il 15 per cento di quelle fatte a livello nazionale) fa proseliti a tal punto che in meno di un mese già 50mila persone in Italia hanno chiesto il domicilio (e un medico di base) nella regione guidata da Nicola Zingaretti per farsi iniettare il farmaco miracoloso. Una notizia che ha il sapore della vendetta per la tanto vituperata sanità del Lazio, in passato sbattuta sui giornali per gli scandali, il commissariamento o le infinite liste d’attesa. Ma stavolta non si tratta di romani che partono per farsi operare negli ospedali a cinque stelle del Nord, ma di gente da tutte le regioni (Lombardia in testa) che cala a Roma per farsi vaccinare.

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RICONOSCIMENTI

L’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, un po’ se la ride, un po’ se la prende. È felice perché «la notizia dei 50 mila “frontalieri” del vaccino è un riconoscimento per la qualità del nostro lavoro, mentre in altre parti hanno faticato anche ad aprire le prenotazioni». Ma la gioia dura un secondo. E sbotta: «Noi, come fatto in passato con chi veniva a curarsi nei nostri ospedali per il Covid, accogliamo tutti. Per carità... Però non vorrei casi di emulazione, di altri viaggi della speranza, perché le dosi dei vaccini sono poche e vengono distribuite in base alla popolazione di un singolo territorio. E io, al momento, non ce l’ho per quelli del Lazio...». Per la cronaca, il “federalismo vaccinale” è un tema posto anche in Conferenza Stato-Regioni e il governo ha promesso di “restituire” le dosi che vengono iniettate a chi non è residente, ma solo domiciliato. Ma sui tempi certezze non ce ne sono ancora.

Chiariamolo subito, è fuorviante se non erroneo parlare di furbetti o salta-file. Intanto perché l’appuntamento viene fissato in base all’età. Poi perché lo scorso marzo il commissario il commissario Francesco Paolo Figliuolo firmò un’ordinanza, nella quale si prevedeva che «ciascuna regione o provincia autonoma deve procedere alla vaccinazione» anche delle persone «domiciliate nel territorio regionale per motivi di lavoro, assistenza familiare o per qualunque altro giustificato e comprovato motivo che imponga una presenza continuativa». Una decisione nata soprattutto sull’onda delle polemiche scatenate dagli insegnanti: in molti casi vivono in una regione, ma lavorano in un’altra limitrofa perché soltanto lì hanno trovato una cattedra. E fino a qualche mese fa non si sapeva chi doveva garantirgli la somministrazione: l’Asl di appartenenza oppure quella della sede di lavoro? 

POLITICI E CALCIATORI

Ma chi sono e da dove vengono i frontalieri del vaccino? Per la maggior parte sono residenti in Lombardia, Piemonte, Liguria o Campania. E tra i cinquantamila ecco ministeriali che lavorano a Roma, anziani che durante la pandemia si sono trasferiti dai figli, ma anche imprenditori, star dello spettacolo, politici e calciatori. Tra questi c’è Marco Tardelli, eroe del Mundial 82, 66 anni che ieri si è vaccinato all’hub del centro congressi dell’Eur: «Sì, è vero sono residente a Cernobbio e 15 giorni fa ho chiesto il medico di base a Roma, ma vivo nella Capitale da una vita, passo qui tutta la settimana (è un delegato della Figc, ndr)». Il campione è rimasto soddisfatto della scelta: «La pratica per il cambio del medico è stata rapida e sono stati velocissimi e bravissimi anche quando mi hanno iniettato AstraZeneca. Non ho sentito nulla». 

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