Caso Verbano, altri sospetti su due estremisti dei Nar. l gip: «Riaprire l'inchiesta»

Caso Verbano, altri sospetti su due estremisti dei Nar. l gip: «Riaprire l'inchiesta»
di Giuseppe Scarpa
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Venerdì 11 Dicembre 2020, 10:13 - Ultimo aggiornamento: 10:17

«Indagate su due ex estremisti di destra». È stata riaperta l'inchiesta per individuare gli assassini di Valerio Verbano. Il gip ha respinto la richiesta di archiviazione della procura e ha ordinato agli inquirenti di fare approfondimenti su un paio di neofascisti degli anni Settanta-Ottanta. Effettuare «perizie su una lettera e un proiettile». È da qui che si parte. Due strade differenti che alla fine conducono sempre alla galassia nera.
In un labirinto di ipotesi, di strade che si sovrappongono senza essere mai arrivate all'individuazione dei killer, il legale della famiglia di Verbano, il penalista Flavio Rossi Albertini, a marzo aveva calato il suo asso. Aveva richiesto al gip di esplorare due piste che si intrecciano con la storia dell'omicidio dello studente di 19 anni, avvenuto ormai 40 anni fa, il 22 febbraio 1980, prima che l'indagine venisse inghiottita dall'oblio. Oblio che, in termini giuridici, si chiama richiesta di archiviazione. Una richiesta che non ha trovato accoglimento perché il gip che ritiene che i due indizi, indicati dall'avvocato di parte civile meritino di essere investigati. Anche perché le indagini difensive hanno confermato tutti i sospetti della procura, le ipotesi sulla matrice politica, neofascista, dell'omicidio dello studente del liceo Archimede, attivista di Autonomia operaia. 

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I SOSPETTI

I nomi che vengono indicati sono quelli di due persone che non sono mai state indagate dalla procura nell'ultima inchiesta. Il primo è un Nar, il secondo un camerata di Terza Posizione. Entrambi ex. In una parola due esponenti di spicco, all'epoca, dell'estrema destra romana, innestati nel vortice di contrapposizione politica di quegli anni tra rossi e neri. Le indagini suppletive indicano due storie diverse che, apparentemente, non si intrecciano.
La prima ipotesi affonda le sue radici in una rapina datata 5 dicembre del 1979, per cui l'uomo è stato già condannato. In quel giorno il Nar, assieme a dei complici, mette a segno un colpo. Una delle armi usate è un revolver calibro 38. La stessa tipologia di proiettile che, un anno dopo, è stato estratto dal corpo senza vita di Verbano.
Per questo adesso verrà disposta una comparazione dei due bossoli «al fine di verificare se la pistola utilizzata in entrambe le evenienze delittuose fosse, o meno, la medesima».
Un esame che non è mai stato realizzato, perché gli inquirenti si concentrarono solo sulle calibro 7,65. Nell'appartamento dei Verbano venne ritrovata una Beretta Browning semiautomatica. Un'arma abbandonata lì da uno dei tre killer. Tuttavia non era quella la pistola da cui partì il colpo mortale.


LA LETTERA


L'altra pista invece è più complicata e tira in ballo la madre di un giovane neofascista. Al centro del mistero una lettera che, pochi giorni dopo l'assassinio del 19enne, il 29 febbraio 1980, venne spedita alla Digos. Una missiva che invitava gli inquirenti a cercare gli assassini di Verbano tra gli estremisti di sinistra, in una sorta di regolamento di conti tra comunisti.
Il 18 giugno 1981 veniva perquisita la casa del giovane di destra e sua madre firmò una serie di decreti della polizia. Per i carabinieri, che hanno ereditato l'ultima indagine, la calligrafia della lettera e l'autografo nei decreti sarebbero molto simili. Anche in questo caso non è mai stato realizzato un esame grafologico. Perciò è possibile che gli inquirenti incarichino un perito per verificare l'ipotesi. Adesso l'inchiesta è di nuovo aperta, forse potrà esserci un nuovo colpo di scena.  

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