Roma, «Ha un tumore al cervello», ma la diagnosi è sbagliata e muore: indagati otto medici

Sabato 25 Novembre 2017 di Adelaide Pierucci

Muore in ospedale dopo due diagnosi errate e un intervento al cervello arrivato troppo tardi. Si profila un caso di malasanità, di «inadempienza professionale», come hanno scritto i consulenti della procura, dietro la morte di un cinquantenne di origine campana, Michele Scarano, che si è spento al San Camillo il 30 aprile dopo un mese e mezzo di ricovero. Al paziente erano state diagnosticate metastasi cerebrali di carcinoma non localizzato ma, si è poi scoperto, non era affetto da tumore, piuttosto da ascessi cerebrali che avrebbero dovuto essere curati con terapie antibiotiche mirate. Invece, in attesa di scoprire qualcosa di più sulla patologia cerebrale, l'uomo era rimasto ricoverato nel reparto sbagliato, ossia pneumologia. Nel frattempo gli ascessi cerebrali si sarebbero espansi senza dargli scampo. La risonanza magnetica, che avrebbe potuto svelare la giusta prognosi, infatti, è stata disposta un mese dopo il ricovero. E l'intervento riparatore, con relativo drenaggio, non si sarebbe rivelato risolutivo. Otto medici ora sono indagati con l'accusa di omicidio colposo: 7 specialisti in pneumologia e un radiologo. Il procedimento è stato aperto dopo la denuncia dei familiari della vittima. La svolta giudiziaria è arrivata quando i consulenti della Sapienza, nominati dalla procura, il medico legale Luigi Cipolloni e il neurochirurgo Maurizio Salviati, hanno consegnato al pm Pietro Pollidori le conclusioni. La prima diagnosi errata era stata formulata nell'ospedale di Isernia dove il 16 marzo Michele Scarano è sottoposto ad accertamenti. I medici individuano «metastasi cerebrali di carcinoma non localizzato».

IL TRASFERIMENTO
I familiari consigliano il trasferimento a Roma. Il 17 marzo viene ricoverato al San Camillo. La Tac eseguita nell'ospedale porta i medici a riconfermare la diagnosi errata dei colleghi molisani. «Il referto Tac» scrivono nella cartella clinica «mette in evidenza metastasi cerebrali in neoplasia primitiva da individuare«. Ma il paziente ha anche una sofferenza respiratoria e visto «il processo infettivo polmonare in corso», dopo i primi tre giorni di degenza in Medicina d'urgenza, viene trasferito a Pneumologia. La diagnosi esatta arriva con una risonanza magnetica, eseguita solo il 24 aprile, dopo 40 giorni di degenza. «Ascessi cerebrali», non metastasi non localizzate. «La mancata esecuzione del percorso di diagnostica differenziale - sottolineano i periti - anche in considerazione del prolungato ricovero del paziente, rappresenta fattispecie di inadempienza professionale e di mancato rispetto delle norme di buona pratica clinica«. Eppure il primo sollecito per effettuare la risonanza era stato firmato da un neurochirurgo il 18 marzo. «L'errore della diagnosi e l'omissione della risonanza da parte dei sanitari di pneumologia, dove il paziente rimase ricoverato oltre un mese prima della corretta prognosi, appare certamente rilevante dal punto di vista causale ai fini del peggioramento della condizione del paziente e del determinismo della morte».
 

Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 13:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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