Reti e infrastrutture, Italia a due velocità: il Centro è indietro

Reti e infrastrutture, Italia a due velocità: il Centro è indietro
di Luca Cifoni
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Mercoledì 11 Agosto 2021, 00:51 - Ultimo aggiornamento: 01:02

Spesa per investimenti pubblici in calo per un decennio, in un contesto in cui la dotazione di infrastrutture risente di pesanti diseguaglianze all’interno del Paese: a svantaggio non solo del Mezzogiorno ma anche di molte aree del Centro, in particolare interne e appenniniche. É questo lo scenario in cui il governo si trova ad avviare la sfida del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Proprio il superamento degli storici divari territoriali è uno degli obiettivi più ambiziosi della grande operazione che deve essere completata entro il 2026.

Un’analisi aggiornata della situazione di partenza è stata appena messa a punto da cinque studiosi della Banca d’Italia in un lavoro che usa nuove tecniche per misurare l’adeguatezza delle infrastrutture sia strettamente economiche, sia sociali (“I divari infrastrutturali in Italia: una misurazione caso per caso” DI Mauro Bucci, Elena Gennari, Giorgio Ivaldi, Giovanna Messina e Luca Moller). La scelta di metodo è quella di non limitarsi solo ad indicatori fisici o di spesa pubblica, ma piuttosto misurare la rilevanza delle singole opere pubbliche rispetto ai “sistemi locali di lavoro” aree individuate in base ai flussi dei lavoratori, indipendentemente dai confini amministrativi.

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Le scelte di investimento

L’efficienza della rete dei trasporti è un fattore che incide direttamente sulle attività economiche, perché condiziona le scelte di investimento e influenza in modo decisivo la capacità delle imprese di raggiungere i propri mercati potenziali. Da questo punto di vista risultano favorite le aree collocate lungo le arterie stradali e ferroviarie più importanti, sulla direttrice Est-Ovest nelle Regioni settentrionali ed anche in quelle Nord-Sud sia sul versante tirrenico che adriatico. Questo tipo di assetto però, che beneficia solo in misura ridotta di altri collegamenti trasversali efficienti, penalizza le aree meridionali e insulari, ma anche le zone montuose e appenniniche interne. Gli autori osservano che l’altimetria è di per sé un fattore rilevante, che però può essere superato dall’intervento pubblico: tant’è vero che soprattutto a Nord esistono aree che sarebbero in condizioni di partenza meno favorevoli, ma dispongono comunque di una dotazione infrastrutturale superiore alla media italiana.

Strade e ferrovie non sono naturalmente le uniche infrastrutture che incidono sull’attività economica: per la sopravvivenza delle imprese sono rilevanti anche le telecomunicazioni e le reti di distribuzione di acqua ed elettricità. Per quanto riguarda la rete in fibra ultraveloce, il Paese è nel suo complesso in ritardo, con una situazione a macchia di leopardo sul territorio nazionale. È migliore la penetrazione della banda larga mobile con tecnologia 4G, che si presenta anche più omogenea: anche qui però c’è qualche ritardo per le aree appenniniche interne e per la Sardegna.

Criticità ci sono pure per le reti di acqua ed elettricità. Per la prima, il fattore preso in considerazione nello studio è quello delle perdite idriche, dovute a impianti vecchi e a lesioni nelle tubature. La percentuale di erogazione della rete dell’acqua potabile nelle Regioni del Centro risulta non solo sensibilmente inferiore a quella del Nord, ma anche leggermente più bassa rispetto al livello di Sud e isole. Sul fronte elettricità risultano particolarmente penalizzanti le interruzioni della fornitura: ancora una volta accanto alle Regioni meridionali e insulari viene evidenziata la situazione di sofferenza di delle aree appenniniche interne delle aree centrali.

La contrazione

Tenendo conto non solo degli investimenti diretti compiuti dalla amministrazioni statali e locali, ma anche dei contributi in conto capitale alle imprese private che realizzano opere pubbliche o di interesse pubblico, il livello complessivo degli interventi dello Stato si è ridotto di oltre il 30 per cento nel decennio che va nel periodo dal 2009 al 2019: oltre un punto e mezzo in rapporto al Pil. Questa contrazione ha colpito tutte le aree del Paese, pesando però in maniera maggiore proprio in quelle in cui il ritardo era più marcato. Subito prima dell’esplosione della pandemia c’erano stati timidi segnali di inversione di tendenza, ma ora il percorso imposto dal Next Generation Eu impone di accelerare, anche per garantire al nostro Paese, una volta terminate le erogazioni provenienti dall’Europa, una crescita meno asfittica di quella sperimentata dagli anni Novanta in poi.
 

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