Patuelli: «Fondi al Centro e a Roma come fu per le Olimpiadi»

Patuelli: «Fondi al Centro e a Roma come fu per le Olimpiadi»
di Osvaldo De Paolini
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Lunedì 21 Giugno 2021, 00:05

Antonio Patuelli, come presidente dell’Abi e prima ancora quale titolare di vari incarichi, da molti anni lei vive a Roma da pendolare, subendo il fascino e le contraddizioni di questa grande città. Nondimeno, si dice profondamente legato ai valori della sua terra d’origine, il ravennate, e alla cultura del territorio dove sono le radici delle attività della sua famiglia e dove fa ritorno ogni settimana. Perché dunque tanto interesse per il rilancio in grande di Roma?
«L’essere legato alle origini non esclude l’interesse per i destini del Paese. Indubbiamente Roma ha un ruolo preminente non solo per le dimensioni, ma perché assomma alla funzione di capitale quella di centro mondiale della cristianità. Già questo basterebbe a giustificare un’attenzione oltre l’ordinario. In più gli investimenti per la maggiore efficienza della città sono fondamentali pure per l’immagine complessiva dell’Italia nel mondo».

Se dovesse indicare di quanti euro la città ha bisogno per fare il grande salto, a quale cifra potrebbe arrivare?
«Posso solo dare un’idea. Anche se non sono previste nuove Olimpiadi a Roma, occorre che nell’Urbe siano indirizzate energie e risorse quali quelle che permisero nel 1960 di realizzare forti modernizzazioni e miglioramenti della qualità della vita nel massimo rispetto e tutela delle memorie storiche».

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In più occasioni lei ha mostrato uguale interesse per il destino del Centro Italia.
«Per troppo tempo è stato sottovalutato il ruolo di questa macro-regione. Il Centro Italia è un’area europea decisiva, che ha molto sofferto la pandemia e che ora deve essere meglio connessa con più moderne infrastrutture, materiali e immateriali. Salvo la linea dell’Alta Velocità e le autostrade, peraltro rimaste com’erano vari decenni fa, solo alcuni aeroporti sono stati recentemente innovati».

Quali sono gli interventi più urgenti che lei avvierebbe?
«È un fatto che collegamenti ferroviari e stradali così vecchi sono un freno anche nei rapporti fra Nord e Sud e non favoriscono lo sviluppo. Non è un caso che una parte degli investimenti europei sono indirizzati per il miglioramento delle infrastrutture proprio nel Centro Italia».

D’accordo, ma da dove comincerebbe?
«Per esempio dalla E45, fondamentale asse di connessione, da anni in condizioni pietose: va trasformata in autostrada. E troppo vecchi sono in particolare, da Firenze in giù, i collegamenti orizzontali ferroviari. Altra opera necessaria è l’adeguamento della Fano-Grosseto, la strada dei due mari, un percorso a pezzi che avvilisce».

Insomma, nel 2021 l’Appennino resta una barriera, orizzontale e verticale rispetto alla Penisola. Come cent’anni fa.
«Ma si rende conto che la ferrovia Orte-Falconara è la stessa fatta realizzare da Pio IX nel 1850, per metà rimasta sostanzialmente identica ad allora? E che il collegamento ferroviario tra Ancona e Roma richiede un viaggio di almeno tre ore e mezzo? E che l’Abruzzo è l’unica regione del Centro con strade decenti, peraltro senza linee ferroviarie degne di questo nome?».

Ammettiamo che per una sorta di miracolo di qui a qualche tempo molte delle infrastrutture di rete siano realizzate, e che il Centro Italia sia diventato una regione ben collegata. Poi, che succede?
«I collegamenti sono fondamentali, se davvero si vuole elevare queste zone. E’ di questo soprattutto che hanno bisogno le attività d’impresa. Ed è ovvio che ciò scatenerebbe la nascita di nuove attività. Vede, per la concezione di sviluppo che si va imponendo, decisivi sono il policentrismo e la varietà integrata delle attività economiche in una visione di sostenibilità dove abbiano maggiore tutela, tra l’altro, la salute e l’ambiente. Nel policentrismo si integrano economia, storia, turismo e religione: in tal senso le capitali in Italia sono numerose, anche nel Centro Italia, ma bisogna collegarle tra loro».

Quale sarà il contributo delle banche per dare al Centro le opportunità di crescita che fino a oggi non ha avuto?
«Le banche sono molto attive ovunque e sono adeguatamente inserite nei tessuti economici locali. Cosa che accade anche in Centro Italia. E ora anche per effetto della capillarità e continuità dei servizi offerti dalle nuove tecnologie. Ma il mondo bancario è pronto a fare ancora di più, soprattutto ora che siamo nella fase di uscita dalla pandemia».

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Come valuta il ritmo di ripresa delle attività nel Centro Italia?
«Per il momento posso dire che a fine dicembre i prestiti alle imprese, secondo gli ultimi dati forniti da Bankitalia, erano cresciuti nel Lazio dell’11,7%, in Umbria del 6,9%, nelle Marche dell’8,1%, in Abruzzo del 4,9% e in Toscana del 4,4%. Quanto ai depositi, la loro crescita era del 6,8% nel Lazio, del 12% nell’Umbria, dell’11,3% nelle Marche, del 12,1% in Abruzzo e del 10,6% in Toscana. Un quadro decisamente dinamico: gli italiani hanno risparmiato molto durante la pandemia, e le imprese hanno chiesto e ottenuto molti prestiti. Ma se lo scorso anno i finanziamenti venivano concessi soprattutto con finalità di sostegno, l’effervescenza degli ultimi mesi è legata al ciclo di ripresa delle produzioni».

È esagerato immaginare che l’Italia abbia di fronte un potenziale nuovo miracolo economico?
«Meglio essere prudenti, tuttavia le premesse ci sono tutte. La riduzione della pandemia, la ripresa graduale della quotidianità e gli investimenti innanzitutto europei sono condizioni irripetibili. Le istituzioni devono però fare la loro parte e affrontare con determinazione le riforme che ci vengono sollecitate dall’Europa. Senza di esse non faremmo molta strada».

I numeri che lei citava poco fa sono la prova che i forzieri delle banche sono gonfi di liquidità come mai prima. Stiamo parlando di 1.775 miliardi, una cifra che è quasi sette volte i 248 miliardi del Pnrr. Ha senso che tutti quei denari restino nei conti correnti senza produrre alcunché? Tra l’altro gravando sull’attività delle banche, visto che ne aumentano gli obblighi?
«Uno degli impegni che le banche si sono assunte in questa fase è contribuire a creare un clima orientato agli investimenti e alla fiducia, incoraggiando anche i cospicui risparmi degli italiani verso investimenti responsabili e produttivi. Gli strumenti non mancano, si tratta di far comprendere ai nostri concittadini che è in gioco il futuro dei loro figli e nipoti. E comunque, su questo fronte stiamo già ottenendo importanti risultati».

 

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