Libia, pronto il piano della Difesa: droni, 6 navi e mille soldati

Giovedì 27 Luglio 2017 di Cristiana Mangani
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ROMA Sarà un intervento unicamente navale, in stile Missione Alba, avviato su iniziativa dell’Italia dopo la grave crisi sociale in Albania che aveva alimentato un flusso migratorio verso la Puglia, di proporzioni allarmanti. La richiesta del presidente Fayez al Serraj, inviata con una lettera al premier Gentiloni, il 23 luglio scorso, è già alla fase operativa, pronta sui tavoli degli esperti della Difesa e della Marina. Una pianificazione in questo senso, infatti, era stata avviata da tempo. Diversi gli scenari previsti: non soltanto l’impiego di navi, ma anche di elicotteri, sottomarini, marò e forze speciali. 

TEMPI RAPIDI 
La missione verrà portata al Consiglio dei ministri già domani, e potrebbe diventare operativa entro due mesi. Sarà un’operazione militare di supporto alla guardia costiera libica. Anche se l’ampiezza dell’area di intervento e le modalità devono ancora essere comunicate. Di sicuro, si sa, che nessuna nave italiana farà respingimenti, ma soltanto pattugliamenti. Una funzione “dissuasiva” che dovrebbe portare anche a un altro risultato - forse quello sul quale punta maggiormente il ministero dell’Interno - e cioè limitare la portata degli interventi di soccorso a opera delle Ong. Il presidio militare nelle acque territoriali libiche potrebbe avere l’effetto di tenere lontane le navi umanitarie, se non di evitare proprio la partenza dei barconi pieni di disperati.

Al momento, il piano stabilisce che siano presenti nei chilometri di costa da presidiare una nave comando, che potrebbe essere la San Giorgio o, in subordine la San Marco, oltre ad almeno cinque navi leggere, due delle quali messe a disposizione dall’operazione “Mare sicuro”. Verrà fatto un emendamento al Decreto missioni, con il quale si ridistribuiranno le forze militari già impegnate sui vari teatri di guerra. Ogni nave porterà a bordo dai 50 ai 150 militari e saranno impiegati complessivamente da 500 a mille uomini, prevista la presenza anche di uomini del reggimento San Marco e di commandos del Comsubin.

I COMPITI
Riguardo ai compiti, qualora una nave italiana si trovasse davanti a un gommone pieno di profughi, li soccorrerà in caso di pericolo di vita, altrimenti chiederà l’intervento delle motovedette della guardia costiera libica, che a quel punto riporterà i passeggeri sulla costa dalla quale sono partiti. E lo stesso faranno le navi italiane nel caso in cui i migranti siano in numero molto elevato. Ma non è tutto, perché verranno messi in campo anche droni, elicotteri e aerei per il totale controllo del territorio, mentre a terra ci sarà una task force, composta da una decina di uomini, che si occuperà di controllare che i passeggeri riportati indietro, abbiano la giusta tutela e il giusto trattamento. Il comando dovrebbe essere congiunto con i libici, così come altre garanzie dovrebbero essere assicurate dall’Oim, l’Organizzazione internazionale per i migranti, e dall’Unhcr, l’alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati.

Secondo il piano della Difesa è previsto che sia un sostegno «a tutto campo» - non solo tecnico e logistico, ma anche operativo. E questo significa che se la «prima linea» del contrasto viene lasciata alle unità e ai militari di Tripoli, nel caso in cui dovesse essere chiesto aiuto, le forze italiane interverrebbero anche «in azione». Ciò presuppone, naturalmente, che vengano preliminarmente definite alcune questioni delicate, a cominciare dalle regole d’ingaggio e dalla catena di comando. Va definito a chi risponderanno le navi italiane, da chi prenderanno ordini, e quale tutela giuridica avranno i militari sul campo.
 

Ultimo aggiornamento: 28 Luglio, 00:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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