Camere, via il tetto agli stipendi d’oro: ecco le cifre

Mercoledì 9 Agosto 2017 di Diodato Pirone
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ROMA Si va verso un autunno caldo sindacale per i 2.000 superpagati dipendenti di Camera e Senato. Ipotizzarlo può sembrare irrispettoso soprattutto verso i milioni di Cipputi italiani che guadagnano 20/25.000 euro lordi l’anno ovvero da 3 a 10 volte di meno rispetto a chi lavora in Parlamento. E tuttavia al di là delle semplificazioni giornalistiche il tema c’è tutto.

Già perché in pochi sanno che negli ultimi tre anni i dipendenti delle Camere hanno subito una consistente riduzione dei loro stipendi ma la fase delle vacche magre (o, meglio, un po’ meno floride) scade il 31 dicembre 2017. E dunque la domanda che è rimasta nell’aria nei corridoi chiusi per ferie di Montecitorio e Palazzo Madama è: cosa succederà in autunno? I tagli saranno confermati, attutiti o eliminati?
In ballo non ci sono bruscolini ma fior di milioni. Se sfuma il tetto - e alla Camera gli addetti ai lavori non vedono segnali di segno contrario - potrebbe accadere che più di qualche stipendio di Montecitorio possa impennarsi all’insù di botto fra i 40 e i 100 mila euro lordi. 

IL SEGNALE
Il caso dunque è caldissimo. Anche perché la decisione che sarà presa farà partire un segnale politico forte verso gli altri 3,2 milioni di lavoratori pubblici e in particolare verso i dirigenti più importanti delle amministrazioni pubbliche (dal capo della polizia ai primari ospedalieri) per i quali il tetto dei 240.000 è definitivo.
Per capire meglio la portata della posta in gioco bisogna fare un passo indietro. Alla fine del 2014, dopo che era scattata la soglia di 240.000 euro per i compensi dei dirigenti dello Stato, le presidenze di Camera e Senato definirono dei tetti ad hoc (il Parlamento è in regime di autodichìa, cioè decide per proprio conto le regole interne anche economiche) per i cinque livelli interni dei dipendenti delle Camere.
Così per ogni categoria, dai barbieri ai prestigiosi consiglieri parlamentari - sia pure con gradualità e solo per coloro che mano a mano raggiungevano i rispettivi (alti) limiti - le buste paga sono dimagrite anche se restano sideralmente più pesanti rispetto a quelle di ogni altro segmento del mondo del lavoro italiano. Sia alla Camera che al Senato, poi, molti sono scattati molti pensionamenti per cui oggi a Montecitorio lavorano circa 1.300 persone contro le 1.800 di dieci anni fa e a riposo è finito anche il capo del personale che, almeno finora, non è stato sostituito.

USCITE
Il risultato dei tagli spicca nel Bilancio della Camera alla voce “uscite per il personale”: che nel 2015 ha assorbito 240 milioni (contributi compresi) ed è scesa a quota 225 l’anno scorso. Per il 2017 sono stati stanziati 210 milioni. Obiettivamente risparmiare 30 milioni su 240 è un risultato brillante anche se nel frattempo è esplosa l’incontrollabile voce delle pensione dei dipendenti, di gran lunga il capitolo più rovente fra quelli del bilancio di Montecitorio visto che nel 2019 è destinato ad assorbire esattamente il doppio (280 milioni) dei tanto discussi vitalizi degli ex deputati.

I tetti previsti (che escludevano le indennità e dunque in realtà consentivano di guadagnare di più della soglia “ufficiale”) come detto sono cinque. Uno è unico e riguarda i consiglieri di entrambi i rami del Parlamento: 240mila euro, in media 105mila euro in meno rispetto alle precedenti retribuzioni massime). Gli altri tetti sono differenziati. Alla Camera per documentaristi, ragionieri e tecnici è previsto un limite di 166mila euro (-70mila), 115 mila per i segretari (-41mila), 106mila per i collaboratori tecnici (- 46mila), 99mila euro per operatori tecinci e assistenti (- 37 mila). Al Senato è stabilito un tetto di 172mila per gli stenografi (- 84 mila rispetto agli stipendi massimi), di 166mila per i segretari (-62 mila), di 115mila per i coadiutori (- 56mila) e 99mila per gli assistenti (-43mila).

Ma davvero dal primo gennaio 2018 nelle Camere si tornerà a far festa come ai vecchi tempi? Una proroga dei tetti appare impossibile. Dopo una lunga causa e di fronte a centinaia di ricorsi, infatti, il tribunale del lavoro interno della Camera ha stabilito che i tagli dovevano essere temporanei. 

RUOLO UNICO
Al massimo, in attesa di una decisione dei prossimi presidenti delle Camere, potrebbe esserci un regime transitorio che magari intervenga su altre voci retributive come quelle degli scatti di anzianità o comunque tenti di avvicinare le vecchie retribuzioni a quelle nuove. Già perché gli 11 sindacati della Camera tre anni fa hanno accettato che, a fronte di stipendi già in essere evidentemente intoccabili, i futuri assunti dal Parlamento avranno stipendi inferiori del 20% ai precedenti. Assunti - se mai si riuscirà ad indire un concorso dopo 13 anni dal’ultimo - che non dipenderanno più da Camera o Senato ma dal cosiddetto ruolo unico. Il processo di unificazione delle burocrazie di Camera e Senato, infatti, sta andando avanti sia pure con passo pachidermico. L’obiettivo dell’unificazione è quello di far saltare molte doppie (e pagatissime) poltrone. Altro tema destinato a scaldare il clima autunno sia a Montecitorio che a Palazzo Madama.

Ultimo aggiornamento: 11 Agosto, 19:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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