Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Kennedy, se solo quella mattina a Dallas non fosse sbucato il sole

Kennedy, se solo quella mattina a Dallas non fosse sbucato il sole
di Anna Guaita
4 Minuti di Lettura
Venerdì 22 Novembre 2013, 13:10 - Ultimo aggiornamento: 13:36
NEW YORK – Il 20 settembre del 1963, due mesi prima di cadere vittima delle pallottole di Lee Oswald, il presidente Kennedy parl all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Molti storici riascoltano quel discorso oggi con un interesse particolare: non fu un discorso elegiaco o poetico, ma fu un discorso ricco di proposte, di idee nuove e rivoluzionarie.



Non si può non pensare a quell'intervento oggi nel leggere le parole che il nipote Robert Kennedy Junior ha appena scritto sull'ultimo numero della rivista Rolling Stone, in apertura di un lungo pezzo sulla “visione di pace” e il desiderio di Kennedy di "fermare la macchina della guerra": “Nonostante la retorica da Guerra Fredda della sua campagna - scrive Robert Jr. - la più grande ambizione di JFK era di rompere l’ideologia militarista che aveva dominato nel Paese sin dalla Seconda Guerra Mondiale”.



Il lungo saggio di Robert Junior si basa su testimonianze di amici, di colleghi dello zio, sui suoi scritti e i suoi discorsi. Anche lui tenta di rispondere a una domanda che in questi cinquant’anni milioni di americani si sono posti: come si sarebbe svolta la storia di questo Paese, se Kennedy non fosse morto? Se le cose fossero andate diversamente? Se solo quella mattina a Dallas non fosse sbucato il sole. Se solo Kennedy e la moglie non avessero scelto di aprire la capotte dell’auto per farsi vedere meglio dalla folla: i texani erano stati più affettuosi e accoglienti del previsto e la coppia voleva ricambiare, sfilando nell’auto scoperta. Di solito, la storia fatta con i se non piace agli storici. Eppure studiosi seri hanno recentemente cercato di immaginare la “storia alternativa” che sarebbe avvenuta se il giovane presidente non fosse morto.



Vari testimoni vicini a Kennedy hanno fornito testimonianze che possono fare immaginare una storia diversa eppure del tutto plausibile. Un ruolo fondamentale lo detengono i suoi ultimi due importanti discorsi: quello del 20 settembre all’Onu e quello all’American University del 10 giugno: due discorsi in cui Kennedy invocava la pace, proponeva il disarmo nucleare, la protezione dell’ambiente, la convivenza pacifica di tutti i popoli e la “reciproca tolleranza” con l’Unione Sovietica, per il bene “dei propri cittadini e delle future generazioni dell’umanità”.



Il giornalista e storico Stefano Vaccara, autore di un volume che ha creato non poca curiosità e dibattito, "Carlos Marcello, il boss che odiava i Kennedy" ha presentato l’edizione americana del libro proprio alle Nazioni Unite, e davanti al corpo giornalistico internazionale ha ricordato come con quel discorso all'Assemblea Generale, davanti ai delegati di tutto il mondo, Kennedy “avesse effettivamente proposto una visione completamente nuova, diversa e rivoluzionaria della politica estera, che rompeva con i decenni passati".



Allora, se Kennedy fosse sopravvissuto, quella visione si sarebbe avverata? Il giornalista Jeff Greenfield, già membro di quella Camelot che i Kennedy crearono a Washington cerca nel suo recentissimo libro “If Kennedy Lived” (Se Kennedy fosse sopravvissuto) una risposta a centinaia di domande legate a una simile ipotesi. E su due punti storicamente di importanza eccezionale, espone una realtà alternativa diversa da quella che abbiamo invece vissuto: Kennedy, rieletto nel 1964, ritira i soldati dal Vietnam e apre all’Unione Sovietica.



E’ un quadro verosimile? E’ bene ricordare che Greenfield era un membro della “Camelot” creata dal clan Kennedy, era uno degli autori dei discorsi di Robert Kennedy, conosceva bene la famiglia ed era parte dell'entourage stretto. E vari esponenti di Camelot hanno insistito che il presidente davvero desiderava quel che aveva dichiarato nei suoi ultimi due discorsi tant’è che stava programmando di fare un viaggio a Mosca, “nella consapevolezza – conferma Robert Kennedy junior – che nulla avrebbe favorito la fine della Guerra Fredda più della sua presenza in Unione Sovietica”.



E quanto all’Unione Sovietica, sappiamo da Sergei Krushchev che le aperture offerte da Kennedy avevano fatto una breccia sul padre, Nikita. Il figlio del leader sovietico, oggi cittadino americano, e apprezzato storico (tra l’altro ha curato le memorie del padre) ha testimoniato che Nikita Krushchev era rimasto segnato dalla crisi dei missili di Cuba del 1962, quando i due Paesi erano stati sull’orlo della guerra nucleare e voleva anche lui evitare il ripetersi di simili crisi.



Nei discosi di giugno e di settembre Kennedy aveva di fatto ipotizzato un “disgelo” con Mosca, una riduzione drastica degli armamenti nucleari, con un reciproco taglio del bilancio militare, e in più aveva a chiare lettere suggerito un’alleanza russo-americana per la conquista dello spazio. Nikita aveva inizialmente reagito negativamente, “ma mio padre era fondamentalmente un pragmatico - ha testimoniato Sergei - e alla fine di quel settembre, dopo aver ascoltato il discorso di Kennedy alle Nazioni Unite disse che era giunto il momento di tendergli una mano, perché ci si poteva fidare della sua parola”.



Nikita Krushchev ammetteva che in una missione unitaria sulla luna, “ci sarebbe stato spionaggio reciproco”, ma era anche certo che l’Urss avrebbe ricavato vantaggi scientifici. Un’apertura politica, inoltre, avrebbe facilitato la demilitarizzazione dello Stato: “Mio padre voleva ridurre l’esercito di almeno due terzi, per impegnare le nostre forze nella costruzione della società civile” aggiunge Sergei.



Dunque: se Kennedy fosse sopravvissuto, ci dice Greenfield, insiste il nipote Robert Junior e ci conferma il figlio di Nikita Krushchev, ci sarebbe stata una reale chance di disgelo "prima della fine degli anni Sessanta", decenni prima cioé dell’incontro di Reagan e Gorbaciov. Non è storia vera, ma non è neanche fantascienza: è una storia che poteva avvenire, se le cose fossero andate diversamente, se solo quel giorno non fosse sbucato il sole e la giovane coppia fosse rimasta protetta dalla capotte dell’automobile.