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Diritti umani, l'Onu condanna ancora la Corea del Nord: le agghiaccianti testimonianze della documentarista e del profugo

Diritti umani, l'Onu condanna ancora la Corea del Nord: le agghiaccianti testimonianze della documentarista e del profugo
di Anna Guaita
4 Minuti di Lettura
Sabato 19 Dicembre 2015, 18:21 - Ultimo aggiornamento: 26 Dicembre, 19:18

NEW YORK - Il sadismo e la violenza dell’Isis hanno monopolizzato l’attenzione del mondo. Ma alle Nazioni Unite non si dimentica un altro nemico dell’umanità: il regime della Corea del nord. L’assemblea Generale ha appena votato per l’undicesimo anno consecutivo una condanna del regime che sottopone la sua popolazione a rigori degni del regime nazista. E per dare peso al voto, l’associazione dei corrispondenti ha portato al Palazzo di Vetro due voci che hanno contribuito a delineare il ritratto di un Paese di cui si conosce tanto poco, e quel che si conosce sembra essere solo spaventoso e deprimente.

 L’United Nations Correspondents Association ha presentato la documentarista Savannah Washington e il profugo Kim Hyung-soo. La prima ha mostrato un estratto di 30 minuti di un documentario che è riuscita a girare fra il 2009 e il 2010, quando era una borsista del centro studi del generale Colin Powell. La Washington potè visitare la Corea del nord nell’ambito del progetto per la riunificazione del nord e del sud. E ci ha restituito immagini di un mondo di bambini denutriti, fuscelli malvestiti che “non potranno mai crescere come tutti gli altri bambini del mondo perché non hanno abbastanza proteine e grasso per assicurare ai loro corpi una crescita normale”. Un mondo di persone mute e spaventate, che non osano parlare, di campagne arate ancora a mano, di seminatori che devono piantare i semi uno per uno. In un Paese dove la benzina va solo alle classi dominanti e al partito, gli agricoltori sono condannati a lavorare come in Europa si faceva prima della rivoluzione industriale. Il documentario di Savannah Washington, “Playing Frisbee in North Korea”, è attualmente oggetto di una raccolta fondi presso IndiGoGo perché sia adattato per la distribuzione nelle scuole.

 Ma sono state la parole di Kim Hyung-Soo che hanno fatto accapponare la pelle ai giornalisti: il racconto delle esecuzioni pubbliche, a cui tutti devono assistere, le torture, la mancanza di qualsiasi forma elementare di libertà, il continuo lavaggio del cervello, sono la norma in un Paese dove l’intimidazione viene coniugata a un parossismo di patriottismo, dove il regime distribuisce radio, ma sintonizzate sull’unica stazione governativa. Chi tentasse di manipolarle, si può aspettare la prigione e la tortura. Kim ha raccontato di appartenere alla classe dirigente, di essersi laureato in biologia e aver lavorato per sei anni all’ “Istituto Salute e Longevità”, un centro di ricerca medico interamente dedicato a tenere in buona salute e giovanile la famiglia del dittatore Kim Jong-Un.

Ha raccontato come dopo sei anni aveva tentato di trovare dei contatti per scappare in Cina, ma era stato “colto sul fatto” mentre parlava al telefono a un contatto cinese, e di essere per questo stato messo in prigione sei anni, dove è stato sottoposto a vari tipi di tortura. Il peggiore – ha descritto - “è il pesce congelato: ti denudano e ti bastonano a sangue, fino a che non perdi conoscenza. Poi ti buttano addosso un secchio di acqua gelido e ti fanno uscire all’aperto nel gelo dell’inverno. Sei nudo e bagnato, e pian piano l’acqua diventa ghiaccio, e solo allora ti fanno rientrare, quando sei diventato rigido come un pesce congelato”. > > Come punizione, Hyung è stato anche obbligato ad assistere alle esecuzioni, e ci ha ricordato quella di una donna che era scappata in Cina e dei due ragazzi che l’avevano aiutata: la donna era stata riconsegnata alle autorità dalla polizia cinese, che l’aveva arrestata in quanto migrante illegale. E’ stata condannata e giustiziata nella stessa giornata: legata a un palo con corde strette, con accanto i due ragazzi che l’avevano aiutata. Erano tutti stati bastonati a sangue perché non avessero la forza di gridare durante l’esecuzione, ma Kim rammenta: “Sentivo il suo pianto sommesso, sotto la benda che le copriva il capo”. Sono stati abbattuti con un colpo di fucile alla testa. “Criminali, traditori della patria” gridavano i gendarmi a ogni fucilata che “faceva esplodere i crani, spargendo sangue e materia cerebrale sulla neve”.

“Questi cosiddetti criminali – lamenta Kim – avevano la stessa età del nostro presidente. Cosa avevano fatto di tanto terribile da meritare di essere uccisi così brutalmente? Avevano cercato una vita migliore, non avevano fatto male a nessuno”. > > Finalmente fuggito nella Corea del sud nel 2009, Kim non ha mai più visto la madre, morta in prigione per le torture. Oggi il biologo considera un suo dovere girare per il mondo a raccontare come il suo Paese sia diventato “il regno della schiavità moderna”. > > Il direttore dell’associazione “Committee for Human Rights in Korea”, Greg Scarlatoiu, ha spiegato che il discendere verso una crescente brutalità si deve in parte al fatto che il dittatore Kim Jong-un è ancora giovane e “si sente insicuro”, e quanto più insicuro si sente, tanto più efferata è la sua gestione. E per ora non si vede speranza di miglioramento, anzi: Scarlatoiu ricorda che il regime ha appena giustiziato alcuni ufficiali che avevano tentato la ribellione, i satelliti ne hanno registrato l’esecuzione, condotta con mitragliatrici contraere che hanno “letteralmente polverizzato i corpi degli ufficiali, perché non ne rimanesse traccia”.

Sperare in una “primavera coreana” è impossibile, nel regime regna il principio di “colpevoli per associazione”: se un individo viene fermato per sospette attività contro il regime, tre generazioni della sua famiglia saranno buttate in un gulag, dai nonni ai nipoti.

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