Commercio Usa-Ue/ Tutte le insidie nascoste nel trattato transatlantico

Mercoledì 4 Maggio 2016 di Giulio Sapelli
Gli Stati Uniti sono impegnati da anni nella realizzazione di un nuovo disegno di governo mondiale. Se esso si realizzasse, la storia del pianeta cambierebbe profondamente. Finora l’America aveva esportato sicurezza e importato una quota sempre più crescente del Pil mondiale. Oggi le profonde trasformazioni dell’industria e della finanza hanno provocato, grazie al crollo dell’Unione Sovietica, la possibilità di porre fine a ogni forma di protezionismo della sovracapacità produttiva provocata dalle immense possibilità tecnologiche in Europa e Stati Uniti.

La maggioranza dell’establishment nord americano è convinta che il futuro del Paese non consista più soltanto nell’esportazione della sicurezza, ossia nel mantenere la pace internazionale, come ancora si fa con la Nato, ma anche incrementando l’export e il commercio mondiale, così come l’America fece subito dopo la seconda guerra mondiale. Naturalmente è una visione che afferma il primato dell’economia sulle armi e che racchiude in sé una sconfinata fiducia nella forza propria di diffondere, con il libero commercio, anche la stabilità dell’ordine mondiale.
Le prove generali del Trattato transatlantico (Ttip) hanno già avuto il loro primo esito con il Trans-Pacific-Partnership che ha unito commercialmente tutte le nazioni rivierasche del Pacifico del continente americano unitamente agli Stati del Sud Est e dell’Est asiatico, in un accordo che ha tuttavia escluso la Cina e incluso, invece, i suoi nemici storici, Vietnam e Giappone.

Lo stesso modello gli Stati Uniti vogliono perseguire tramite il Ttip che, se realizzato, includereb tutti gli stati europei, compreso il Regno Unito, ma escluderebbe la Russia. Da quanto ho appena detto si desume che il disegno neo-imperiale, che va dall'Atlantico al Pacifico, racchiude in sé una strategia che non è solo commerciale ma anche di possibile confronto militare. Questo confronto è evidente in Europa con il conflitto con la Russia, che va dall'Ucraina alla Polonia agli Stati baltici. Ed è evidente in Asia con la crescente aggressività cinese nei confronti di nazioni come il Giappone, le Filippine, la Corea del Sud e l'Australia, nazioni che sono alleate storiche e ineliminabili degli Usa.
Il Vietnam è la grande novità geostrategica che ci fa capire come le relazioni internazionali siano segnate più che mai dalla storia, essendo per secoli l'impero indocinese nemico mortale di quello cinese. L’America ha raggiunto l'accordo Transpacific ma trova grandi difficoltà nel realizzare quello transatlantico. La ragione di ciò risiede nel fatto che il loro dominio militare e culturale nei confronti dell'Asia è immenso, infinitamente superiore a quello che pur esercitano in Europa. Sono di pochi giorni fa le dure dichiarazioni del presidente francese Francois Hollande nei confronti del trattato transatlantico. Hollande ha dichiarato, a muso duro, che la Francia non può accettare un accordo che, se firmato, danneggerebbe i prodotti francesi e in primo luogo l'agricoltura di quello che è uno dei pochi paesi al mondo (compreso gli Usa), che è insieme una grande potenza industriale e una grande potenza agricola. 

Le proteste francesi ci aiutano a introdurre il tema vero che questo trattato solleva. È un problema che già un grande protagonista del commercio mondiale, Pascal Lamy, già presidente dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (Omg) e grande esperto del settore, aveva sollevato all'attenzione dei più: il commercio mondiale si sta sempre più spostando, da una negoziazione fondata sul livello tariffario dei dazi, a una negoziazione fondata sulle differenze esistenti nei vari Paesi in merito ai regolamenti tecnici di costruzione e di utilizzazione degli apparati manufatti, sulle norme e sulle procedure di omologazione, sugli standard applicati ai prodotti, e quindi sulle regole sanitarie e fitosanitarie che ne determinano la produzione o la vendita.

Non solo, altri criteri fondamentali, nella disputa sul commercio mondiale, saranno sempre più quelli relativi all'ammissibilità o meno, della promozione, da parte di soggetti economici privati, di azioni legali contro i governi delle merci importate, in presenza della violazione di diritti che quelle nazioni riterrebbero negati. Un'altra delle questione dibattute in merito al Ttip, oltre ai problemi agrari, sono tutte le normative sugli appalti pubblici. Secondo le regole nordamericane, e che gli Usa vorrebbero vedere sancite anche nel Trattato, se un'impresa europea, o in qualsiasi altra parte del mondo, oggi vuole aggiudicarsi un appalto negli Usa, ebbene deve essere in grado di dimostrare che il 50% dei lavori e dei materiali utilizzati nei medesimi appalti deve essere di origine e di produzione nordamericana, mentre tale regola non dovrebbe valere in Europa, per i suoi singoli Stati. Se a questa discriminazione che altro non è che l'espressione di uno spirito di potenza, aggiungiamo le forme di cosiddetto “disease mongering” nel mondo del farmaco e dell'alimentare, ossia di regole diverse nel rispetto del “criterio di prudenza” nutrizionale nella produzione e vendita di prodotti farmaceutici, a cominciare dall'allevamento e dalla coltura e dalla produzione in laboratorio di molecole ad uso terapeutico, ben si comprende che il Ttip, se applicato, produrrebbe una deregolamentazione e una declassificazione di quei principi di prudenza che, giusti o sbagliati che siano, l'Unione Europea ha costruito in anni di lavoro, sino a giungere a talune proibizioni nei confronti degli stessi Ogm che, invece, negli Usa e nelle nazioni che hanno firmato la Transpacific Partnership sono ampiamente utilizzati. Gli europei si sforzano di allevare e produrre, per esempio, polli in batteria e ne tracciano sino ai supermercati tutte le tappe dal prato al forno con l'obiettivo di cibarsi di carne ottima. Negli Usa si disinfetta il pollo prima di impacchettarlo nella plastica per il supermercato, così da venderlo al prezzo meno elevato per consumatori sempre più poveri e obesi.

Veniamo al dunque: l'obiettivo del Ttip è sì quello di integrare due immensi mercati che uniti rappresenterebbero una quota rilevantissima del commercio mondiale (la cui valutazione statistica è oggetto di troppe controversie per essere citata qui) e di farlo, come ho già detto, riducendo i dazi e le barriere tariffarie. Ma soprattutto omogeneizzando, ossia eliminando, le differenze esistenti tra le due sponde dell'Atlantico in merito ai regolamenti tecnici, alle norme e alle procedure di omologazione e soprattutto agli standard e alle regole sanitarie. Siamo davanti quindi a una negoziazione che più che i dazi coinvolge le culture, gli stili di vita, la storia stessa dell'antropologia umana, che non a caso si fonda sempre più sull'eterogeneità che sull'omologazione. Ed è proprio quest'eterogeneità che la globalizzazione, a differenza di quanto pensavano gli sprovveduti, ci ha fatto scoprire. Con la rinascita inarrestabile, in tutto il mondo, anche negli Usa, dell'unico, dell'originale, del locale, dell'inimitabile, del genuino, del “naturale”, con le conseguenti esasperazioni che sono tipiche di tutti i miti collettivi.

Per evitare tutto ciò, le negoziazioni in corso sul Ttip non hanno fatto nulla, anzi, le hanno esaltate e hanno creato il terreno propizio a tutte le ideologie cospiratorie e complottistiche. E questo perché le trattative sono state condotte in gran segreto, senza pubblica argomentazione, in un delirio tecnocratico e incompetente che dall'Europa, malata appunto di esasperata tecnocrazia, si è trasferita anche negli Usa, storico faro della libertà e dell'autogoverno dei popoli. Nel caso del Ttip il faro si è spento, e se continua a essere spento quest'accordo, potenzialmente positivo ma devastato dalla segretezza e dallo spirito di dominio, in tal modo mai potrà essere firmato.
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