Chico Forti, da 17 anni in carcere
condannato per omicidio in Florida
L'avvocato: «È innocente»

Lunedì 13 Aprile 2015 di Marco Ventura
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«La mia è una missione. Chico Forti è assolutamente innocente. Quando la famiglia si è rivolta a me, ero diffidente. Faccio l'avvocato da una vita, ho incontrato così tanti condannati che si proclamano innocenti e non lo sono! Poi però ho letto le carte, le ho studiate, sono andato in carcere a incontrare Chico e ho trovato una persona magnifica. Gli ho sottoposto un questionario con 50 domande, a tutte ha risposto in modo credibile. È la prova che non mentiva. Nell'ultimo anno ho svolto indagini con i miei investigatori in Germania, Spagna, Italia e naturalmente in Florida. Ho pagato con i miei soldi perché quest'uomo è vittima di una clamorosa ingiustizia.

Chiunque affronti il suo caso con occhi sgombri da pregiudizi non può che riconoscerlo. Sono pronto con nuove prove a sottoporre il caso al governo italiano perché lo prenda a cuore, e negli Stati Uniti ad andare davanti alla Corte Suprema, sia federale sia in Florida. Riuscirò a farlo liberare, ne sono certo». E c'è da crederci, se a dirlo è Joe Tacopina, principe del foro di New York e da pochi mesi presidente del Bologna Calcio, italo-americano di grande prestigio e successo.

IL SOGNO AMERICANO

Questa vicenda di Chico gli ha rovinato il sonno. Ma qual è la storia? Enrico Forti detto “Chico”, classe 1959, è un trentino che a 18 anni s'è messo a girare il mondo per gare di windsurf collezionando medaglie, imparando sei lingue e coccolando un suo sogno americano. Che realizza partecipando a “Telemike”, il quiz tv di Mike Bongiorno: vince 80mila dollari e li investe nel trasloco a Williams Island, Miami. Per farla breve, diventa documentarista di sport estremi, guadagna bene, si cimenta nel mercato immobiliare. Sposa una modella, ha tre figli. Poi succede che a Miami viene assassinato lo stilista Gianni Versace. È il 15 giugno 1997. Tramite un vicino, il tedesco Thomas Knott, “Chico” ottiene di girare un filmato nella casa di Versace, col quale contesta la versione ufficiale e il suicidio del presunto omicida, braccato dalla polizia.

Sempre attraverso Knott, entra in contatto con Anthony Pike per l'acquisto di un albergo a Ibiza. Anthony telefona a “Chico”, gli chiede di prendere all'aeroporto il figlio Dale. Lui lo fa, e lo accompagna nel parcheggio di un ristorante, il “Rusty Pellican” a Kay Biscayne. È il 15 febbraio 1998. Il giorno dopo, Dale viene trovato morto su una spiaggia. A mettere nei guai l'italiano è il fatto che per paura nega di essere andato all'aeroporto. Ma non c'è prova che l'omicida sia lui. Anzi, dopo 24 giorni di processo, il 15 giugno del 2000 il giudice ammette: «La Corte non ha prove che Lei, Forti, abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l'istigatore del delitto». Fra i testimoni della difesa c'è Francesco Guidetti, che ricorda: «Fu un processo farsa, la giuria era assente, si scambiavano coca-cola e patatine. L'accusa infierì sull'accusato e sui testimoni, me incluso».

E mancò del tutto la “risposta dell'avvocato della difesa, che aveva un conflitto d'interessi in quanto all'epoca lavorava per l'ufficio dell'avvocatura di Stato, l'accusa, e sostenne poi di aver fatto firmare a ‘Chico' una liberatoria mai prodotta. Ancora: l'iniziale accusa di truffa, Forti assolto venne trasformata in omicidio all'ultimo, non dando tempo all'accusato di preparare una difesa adeguata.

LO SVANTAGGIO

«Ci sono stati errori tutti a suo svantaggio», rincara Tacopina. «Oggi l'unica chance è portare nuove prove che ci consentano di rivolgerci alla Corte Suprema». Queste prove, dopo oltre un anno di investigazioni, ci sarebbero: omissioni degli inquirenti, ma anche test del Dna e testimonianze a discolpa. Sulla scena del crimine furono trovate tracce di Dna maschile e femminile, non di “Chico” ma di sconosciuti e oggi potrebbero essere confrontate con il database nazionale americano.

E le nuove testimonianze getterebbero anche una luce diversa (e inquietante) su chi avesse un vero movente per uccidere il figlio di Anthony Pike. “Chico” era ricco di suo, non aveva problemi economici. Langue nel carcere delle Everglades in Florida. Ha perso la libertà a quarant'anni, adesso ne ha 55. La famiglia si è trasferita alle Hawaii, lui parla ogni tanto coi figli, ma non li ha visti crescere. «Sono rimasto fortemente impressionato da quest'uomo innocente che riesce, dopo 15 anni di galera da innocente, addirittura a dare serenità a chi lo va a trovare», dice Tacopina.

In poche pagine di appello che riassumono il caso, l'avvocato e presidente del Bologna scrive: «Il mio nome è Joe Tacopina, ho praticato il diritto negli Stati Uniti per gran parte degli ultimi 25 anni e ho accettato questo caso perché non posso vedere una spudorata ingiustizia passarmi accanto. Avendo io stesso lavorato come avvocato dell'accusa, considero inconcepibili l'inganno e la manipolazione usati dall'accusa nel caso Forti». Appello rivolto al governo italiano perché affronti con piglio nuovo la vicenda. Non è escluso che il dossier finisca direttamente sulla scrivania di Matteo Renzi.

Ultimo aggiornamento: 14 Aprile, 00:12

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