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Salah, bugie e depistaggi «Non conosco quei due»

Salah, bugie e depistaggi «Non conosco quei due»
di Francesca Pierantozzi
4 Minuti di Lettura
Sabato 26 Marzo 2016, 10:20 - Ultimo aggiornamento: 12:13

PARIGI - Domande sbagliate e confuse, risposte false ed evasive. Sabato 19 marzo Salah Abdeslam è stato interrogato per due ore nei locali della polizia federale di Bruxelles, prima dagli agenti, poi dal giudice istruttore. Tre giorni dopo ci saranno le stragi a Zevanten e Malbeek: lui forse sapeva, forse la polizia avrebbe potuto imboccare la pista giusta in tempo. I verbali dell'interrogatorio, consultati da le Monde, rivelano che un'occasione è stata probabilmente persa. E che il decimo terrorista di Parigi è tutt'altro che pronto a collaborare. E «dopo gli attentati di Bruxelles non vuole più parlare», come ha detto ministro della giustizia belga Koen Geens intervenendo alla Camera.

LA CINTURA ESPLOSIVA
Alla fine dell'interrogatorio, a mezzogiorno del 19 marzo, prima di lasciarlo andare nella sua cella nel carcere di Bruges, mettono davanti a Salah la foto dei fratelli El Bakraoui. Sono in fuga, armati e pericolosi. Gli inquirenti hanno ragione a concentrarsi su di loro: tre giorni dopo si faranno esplodere, uno all'aeroporto, l'altro nella metro. Salah Abdeslam scuote la testa: «Non li conosco». Sia gli agenti sia il giudice istruttore dovrebbero sapere che non è possibile. Che è l'ennesima bugia. Che i due fratelli frequentavano il bar degli Abdeslam a Molenbeek. Che Khalid El Bakraoui aveva affittato sotto falso nome diversi covi del commando del 13 novembre, compreso quello di Forest, penultimo nascondiglio di Salah. Ma niente, non lo incalzano. Salah mente fin dall'inizio. La prima domanda è il suo ruolo negli attentati del 13 novembre. Ammette di aver noleggiato le auto e prenotato le camere nei residence. Ma nega di essere un organizzatore. Dice di aver fatto tutto «su richiesta di Brahim» suo fratello. Non dovrebbe crederci nessuno: Brahim era a detta di tutti sotto l'influenza del fratello minore, alcuni parlano di «intelligenza limitata». Poi si passa al racconto degli attacchi. Lui dice che doveva «farsi esplodere» allo stade de France. Racconta di aver accompagnato i tre kamikaze, anche se conferma solo l'identità di Bilal Hadfi e assicura di ignorare quello che dovevano fare gli altri due. Così spiega il suo «passo indietro»: «Ho rinunciato quando ho parcheggiato l'auto. Ho fatto scendere i miei passeggeri, poi sono ripartito. Ho guidato a caso, ho parcheggiato non so dove. Sono sceso, ho preso le chiavi dell'auto. Poi mi sono infilato nella metro alla stazione di Montoruge. Ho fatto qualche fermata, una o due. Sono uscito. Ho camminato fino a un negozio di telefoni, ho comprato un telefono e ho chiamato una sola persona: Mohamed Amri». E' vero: Amri verrà a prenderlo a Parigi da Bruxelles con Hamza Attou. Ma Salah ha chiamato anche altre persone, altri «amici» a Bruxelles, ha tentato di contattare una zia a Parigi. Poi non spiega perché nella sua rivendicazione l'Isis parla di un quarto attacco nel 18 esimo arrondissement, dove aveva appunto lasciato l'auto. Dubbi anche sulla cintura esplosiva che indossava e che dice di aver buttato in un «posto discreto». A Abid Aberkan, che lo nasconde nel suo ultimo rifugio a Molenbeek, dirà che ha avuto un problema tecnico, che mancava «liquido esplosivo». Forse lo ha fatto per evitare rappresaglie dall'Isis. Forse non è vero niente.

IL RAPPORTO MAI ARRIVATO

Ma la bugia più grossa è su Abaaoud: dice che è il vero responsabile degli attentati» e che lui lo ha incontrato solo «alla vigilia degli attacchi». La polizia sa bene che si conoscono da quando sono ragazzini. Salah lo aveva raccontato alla polizia belga nel febbraio 2015, quando era stato convocato per sospetta radicalizzazione. Senza contare che con Abaaoud erano stati anche in prigione insieme nel 2010. Dell'uomo arrestato con lui, Amine Choukri (si tratterebbe di un tunisino, Ayari), Salah ammette di esserlo andato a prendere in Ungheria ma poi assicura: «Non so chi sia». Falle nelle indagini in Belgio, e drammatica mancanza di comunicazione tra i diversi corpi di polizia, continuano e venire fuori. Ieri il capo della polizia di Malines (vicino a Anversa) ha ammesso che per mesi è rimasto nel cassetto un rapporto di un agente che il 7 dicembre aveva segnalato che un certo Abid Aberkan era in contatto con Salah Abdeslam - allora ricercato numero uno per gli attentati - e che bisognava tenere d'occhio casa sua: a Molenbeek, al 79 di rue des Quatre Vents. Il rapporto non è mai arrivato all'antiterrorismo, che arriverà soltanto il 18 marzo a quell'indirizzo. E ci troverà Salah.