Omicidio di Sana, benefattore misterioso regala una tomba a Hina Saleem, la ragazza pakistana uccisa dal padre

Martedì 19 Giugno 2018 di Claudia Guasco
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MILANO Un benefattore misterioso per la tomba di Hina. Aveva solo vent’anni Hina Saleem, pakistana che da tempo viveva in Italia con la famiglia, quando venne attirata con l’inganno dal padre insieme a tre cugini e massacrata a coltellate. Sono passati dodici anni da quell’atroce delitto, compiuto nell’agosto 2006. Nel frattempo la tomba della ragazza, al cimitero monumentale Vantiniano di Brescia, è diventata un rudere: una piccola lapide sbeccata senza nemmeno una fotografia, accanto a un cespuglio e seminascosta dall’erba troppo alta. Ma da qualche giorno nel riquadro islamico all’interno del cimitero c’è una nuova tomba: quella che un benefattore, che ha voluto rimanere anonimo, ha fatto costruire in ricordo di Hina Saleem. E’ in marmo marrone chiaro screziato, ha incisa la mezza luna e la stella della bandiera pakistana e al centro spicca il sorriso di Hina, ritratta con un top rosa e i capelli sciolti.

TESTA VERSO LA MECCA
Il primo appello l’ha lanciato il fratello ventottenne Suleman, che con la madre Bushra e il resto della famiglia vive a Lumezzane. Stanno in quindici in un appartamento, fratelli sorelle, moglie e parenti vari. «Vogliamo onorare Hina con una tomba vera», prometteva Suleman. «Lavoro solo io, questo è il problema. Mancano i soldi, ma ogni mese risparmio quello che posso per costruire a Hina una lapide vera. In marmo». Dopo l’arresto e la condanna del padre a trent’anni di carcere è lui il punto di riferimento dell’affollato gruppo familiare. Ma il tempo è passa e i soldi non sono mai abbastanza, così per la giovane pakistana dopo la morte è arrivato l’oblio. A sgozzarla dopo averla colpita ventotto volte con la lama di un coltello è stato il padre Mohammed, aiutato da due cognati dopo averla attirata in una villetta di Ponte Zanano, piccola frazione della bresciana Sarezzo. Poi è arrivato anche uno zio per aiutare a seppellirla nell’orto di casa, con la testa rivolta verso la Mecca e il corpo avvolto in un sudario. Una condanna a morte eseguita dal clan familiare che aveva deciso di punirla per aver scelto abiti e comportamenti troppo occidentali ed essersi fidanzata con un ragazzo italiano e per di più non musulmano, senza il permesso dei genitori.

MATRIMONIO IN PAKISTAN
Proprio in quei giorni il padre e la madre volevano portarla in Pakistan per sposare l’uomo che loro avevano scelto per la figlia e che lei naturalmente non aveva mai visto. Nata in Pakistan e arrivata quattordicenne nel bresciano per raggiungere la sua famiglia, Hina era diventata una ragazza occidentale e non aveva intenzione di tornare indietro. Tra lo sconcerto e la rabbia dei familiari, tanto che la madre aveva bollato i comportamenti della figlia come non consoni al Corano. Nel 2010 la Cassazione ha confermato la condanna a trent’anni del padre e a diciassette dei cognati. Spiegando però che quell’omicidio non è stato commesso «per motivi religiosi e culturali», semmai per un «patologico e distorto rapporto di possesso parentale». Mohammed Saleem ha confessato tutto: «L’ho fatto in un momento di rabbia», ha ammesso. E ai militari che gli chiedevano come un padre possa arrivare a sgozzare la figlia, ha risposto: «Non volevo che diventasse uguale alle ragazze di qui. Le avevo chiesto di cambiare vita, ma lei non voleva». La madre Bushra va ogni settimana a trovare il marito in carcere, in attesa che sconti la sua pena: «Ho già perdonato mio marito», dice.

Ultimo aggiornamento: 20 Giugno, 22:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA