Prodi: «Recovery Fund, ci vuole un’Authority. Unità nazionale impossibile, troppe liti»

Prodi: «Recovery Fund, ci vuole un’Authority. Unità nazionale impossibile, troppe liti»
di Mario Ajello
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Giovedì 14 Gennaio 2021, 00:45 - Ultimo aggiornamento: 14:49

Professor Romano Prodi, adesso che cosa accadrà?
«Difficilissimo fare previsioni. Perché lo scontro è diventato anche personale. E nessuno dei protagonisti sembra avere una strategia chiara. Il punto vero, al di là di tutto, è il Recovery Fund». 


Lei è stato critico, su questo, nei confronti di Conte. 
«Sì, lo sono stato. Ma l’ultimo testo è molto migliorato. Le 172 pagine del documento contengono finalmente un piano organico e corrispondente a quello che vuole l’Europa. E, finalmente, è anche scritto in un buon italiano. Indica i grandi capitoli di spesa e sposta risorse dagli incentivi agli investimenti. Adesso però viene il difficile: tradurre questo schema corretto nei progetti concreti da mettere in atto». 


Potrebbe essere un buon inizio per il Conte Ter?
«Perché lei ha già la formula di un nuovo governo? L’importante è dare subito vita a un organismo necessario per mettere in atto le decisioni. Con l’indicazione di un’autorità ben definita che si occupi dei progetti, specificandone tempi e modi di realizzazione. E va stabilito con nettezza chi deve controllare l’esecuzione e chi deve assumersi la responsabilità di questi progetti. Il piano francese può valere come modello».


Come funziona il piano francese? 
«Si potrebbe dire che è un piano estremamente elementare: questo tratto di ferrovia costa tot, i lavori devono essere finiti entro il giorno X, l’autorità sorvegliante è questa e quest’altra è invece l’autorità esecutiva. Per fare questo abbiamo ancora tempo, ma occorre che ci sia un organismo responsabile di tutti questi processi e che sia in collegamento continuo con Bruxelles».


Pensa a quell’organo, modello Cassa del Mezzogiorno, proposto da Giorgio La Malfa?
«E’ un modello interessante e raffinato, ma io sono del parere che il ruolo della pubblica amministrazione sia oggi insostituibile. Penso ad una task force, presso la Presidenza del Consiglio, che costituisca il motore dell’esecuzione di tutti i progetti. Può naturalmente trattarsi del Cipe, adeguatamente rinforzato anche da alcuni consulenti esterni. Un organo che abbia l’autorità di coordinare l’attuazione dei progetti con i diversi ministeri e con le Regioni, dato il loro ruolo». 


Ma non sarebbe meglio centralizzare di più e lasciare meno spazio alle Regioni?
«Forse lei ha ragione, però il sistema italiano è regionalizzato e non si può cambiare adesso. L’importante è che le Regioni mandino progetti definiti e chiavi in mano. Facciamo l’esempio concreto. Che si prenda la decisione di fornire risorse alle Regioni, in proporzione alla loro popolazione, per riformare la sanità. Le Regioni dovranno mandare progetti definiti, la cui esecuzione sarà controllata, passo per passo, e le risorse condizionate al progresso dei lavori. Ma da Bruxelles ci dicono, giustamente, che tutto questo non lo possiamo ottenere se non con alcune grandi riforme nel funzionamento dello Stato. Penso ad esempio alla giustizia e al fisco. Questo è scritto anche nel 172 pagine ma non si è ancora mosso un dito per metterlo in atto». 


Professore, anche secondo lei siamo in guerra? 
«Io direi che siamo piuttosto nella stessa situazione di un grande terremoto. Un terremoto che però non colpisce i territori ma le categorie. Pensi solo ai ristoranti o al turismo. Vorrei ricordare, a questo proposito, che in passato si decidevano anche imposte straordinarie per le zone colpite dal sisma. Qualche sforzo particolare va chiesto anche adesso a chi lo può fare. E non sto parlando obbligatoriamente di una patrimoniale. Occorre un vero impegno di solidarietà».


Con il Recovery ci si potrà riuscire?
«Va trasmesso il vero senso del Next Generation Ue. Che non è quello di aumentare il debito ma di dare una scossa al Paese in direzione dell’aumento dello sviluppo. Sennò non ripagheremo mai il debito e non daremo occupazione ai giovani. E a proposito, un appunto mi sento di fare al testo appena approvato dal Cdm: non è riuscito, ma so che è difficile, a quantificare l’andamento dell’occupazione nei diversi settori». 


Per fare cose così ambiziose non servirebbe un governo con partiti forti? 
«La struttura dei partiti purtroppo è debolissima. Anzi, non c’è. Dopo anni di sonno, ora i partiti stanno perfino utilizzando il Coronavirus come scusa per non fare i congressi e per non aprirsi alla società. Ma questa tempesta potrebbe invece fungere da spinta. Ci vorrebbe un partito che indicasse due o tre punti di larghissimo interesse popolare, aprisse un grande dibattito nazionale su questi e si rimettesse così in sintonia con il Paese».


Un governo di unità nazionale non è quello che servirebbe?
«Non mi sembra una via perseguibile: le tensioni e gli insulti crescono sempre invece di calare». 


Anche prima erano al massimo. 
«Certo, mi sono sempre stupito che, quasi vi fosse un istinto masochista, venissero messe all’ordine del giorno del Cdm soprattutto le materie più divisive. Ogni partito è rimasto prigioniero del suo passato. Mantenendo lo sguardo rivolto all’indietro, ha reso più difficile il cammino in avanti».


Ha visto che Mastella, il quale affossò il suo secondo governo, ora è diventato il possibile Salva-Conte?
«Forse vorrà riparare al malfatto. Dio - come diceva il Manzoni - perdona tante cose per un’opera di misericordia».


Bertinotti non è più perdonabile?
«No, perché auto-eliminandosi ha reso inutile perfino il perdono». 


Che cosa l’Italia può fare adesso per uscire dal cono d’ombra?

«Abbiamo un compito di enorme importanza: la responsabilità della presidenza del G20. Un evento rilevantissimo e di straordinaria visibilità in tutto il mondo. Questa occasione va utilizzata al massimo. La nostra presidenza del G20 arriva in una fase di passaggio epocale dell’economia e della politica mondiale. Sentiamo ripetere continuamente che il mondo va riformato, ma purtroppo sembra che l’Italia non abbia nulla da proporre al mondo. Non si sono mobilitate né le strutture politiche né quelle intellettuali. Eppure questo è un G20 che può lanciare grandi messaggi di cambiamento e il mondo è pronto a raccoglierli. Perché il governo italiano non fa appelli alle energie intellettuali del Paese, per riconnettersi con la società nazionale e per sfruttare al massimo questa occasione sul teatro globale?». 


Ma vede possibile la nascita di un governo all’altezza di una sfida così?
«Il governo diventa grande, se pensa in grande. E se mette all’ordine del giorno il futuro e non il passato».

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