PENSIONI

Statali, il 2019 è l'anno dell'esodo, più di duecentomila in pensione

Mercoledì 2 Gennaio 2019 di Andrea Bassi e Francesco Pacifico
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Il 2019 per gli statali potrebbe essere l'anno dell'esodo. La pubblica amministrazione italiana ha un'età media decisamente elevata, che ha superato ormai i cinquant'anni (52 per l'esattezza). Già secondo le stime del precedente governo nel triennio appena cominciato, ben 450 mila dipendenti pubblici raggiungeranno i requisiti per il pensionamento.

A questi, adesso, si aggiungeranno coloro che potranno lasciare il lavoro con Quota 100, il pensionamento anticipato con 62 anni di età e 38 di contributi. Si tratta di una platea, per il solo 2019, di altri 140 mila statali, anche se, secondo le stime del governo, solo 120 mila di loro utilizzeranno effettivamente lo scivolo. A questi si aggiungeranno, ovviamente, coloro che nel 2019 hanno raggiunto i requisiti della legge Fornero. Si tratterebbe di altre 90-100 mila persone. Insomma, quest'anno potrebbero lasciare i ranghi delle amministrazioni più di 200 mila statali. Con qualche rischio, come per esempio, che un certo numero di posti (alcune stime parlano di 40 mila) possano restare scoperti. Il ministro della Funzione pubblica, Giulia Bongiorno, in una recente intervista al Messaggero ha garantito che il turn over sarà del 100%.

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I lavoratori, insomma, saranno tutti sostituiti. Il problema, secondo i sindacati, potrebbe essere la discrasia tra le uscite e le assunzioni. Nella manovra è stato inserito un blocco delle assunzioni fino al 15 novembre del 2019. Se, come chiede il vice premier Matteo Salvini, ai dipendenti pubblici sarà permesso uscire con i requisiti di Quota 100 già dal primo luglio, in quattro mesi potrebbero restare scoperte fino a 40.000 caselle. Dal ministero della Funzione pubblica, invece, puntano ancora a ottenere che le prime uscite arrivino a ottobre, avvicinandosi così alla scadenza del blocco delle assunzioni. C'è da dire che sono previste - in manovra è scritto nero su bianco - nelle amministrazioni centrali e decentrate oltre 33.000 assunzioni da qui al prossimo quinquennio: tra dirigenti e non, medici, magistrati, amministrativi nella macchina giudiziaria, insegnanti, personale per i beni culturali, in un plotone di nuovi travet dove tra reclutamenti in deroga e stabilizzazioni brilla la sistemazione degli 11.500 addetti alle pulizie nelle scuole.

Ma il processo, come noto, è stato rinviato di un anno: con la decisione di bloccare gli ingressi fino a metà novembre, alla fine, è stata salvata per il 2019 soltanto la prima tranche dei 6.150 uomini delle Forze dell'Ordine, con i quali da qui a cinque anni il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha voluto ampliare la dotazione di personale del comparto sicurezza. Senza contare che il comparto non sottostà agli obblighi della Fornero e non ha bisogno di Quota 100 per uscire in anticipo.

LA FOTOGRAFIA
Il blocco del turnover, avviato nel 2010 dal governo Berlusconi, ha ridotto di quasi un milione di unità la pianta organica della Pa. E mai come quest'anno si potrebbe vedere un ulteriore appesantimento della situazione, il tutto dettato da una scelta di forte contenimento della spesa pubblica. Dal fronte del governo fanno capire di non credere a una fuga in massa dal pubblico impiego: dei 120.000 travet che potenzialmente possono andare in pensione, circa un 20 per cento è composto da dirigenti, quindi personale con stipendi più alti che con l'anticipo andrebbe in quiescenza con assegni più bassi del previsto. Ma alle speranze potrebbero seguire interventi concreti per scongiurare un esodo: infatti, come detto, potrebbe slittare di qualche mese la finestra pensionistica, il tempo che intercorre tra la presentazione della domanda e la prima erogazione, che nel pubblico impiego è di sei mesi. Giocando un po' con i tempi della maturazione del requisito, nel 2019, la finestra potrebbe essere unica. E tanto basterebbe per ridurre il numero dei prepensionamenti e salvaguardare la tenuta del sistema.

LE CATEGORIE

Medici e chirurghi
Allarme rosso in corsia
e per le sale operatorie

Complici il blocco del turn over e i tagli soprattutto nelle Regioni con i conti in rosso, i sindacati lamentano che negli ospedali italiani mancano già adesso circa 20.000 medici e 53.000 infermieri. Ma con Quota 100 - fanno sapere i rappresentanti delle due categorie - questi numeri potrebbero peggiorare: al 31 dicembre 2017 raggiungono i requisiti anagrafici per l’uscita (parliamo dei nati tra il 1954 e il 1957) oltre 25.000 tra medici e dirigenti e 39.000 infermieri. Tutto personale potenzialmente in uscita, che se decidesse per la pensione metterebbe a serio rischio l’erogazione dei servizi sanitari. L’Acoi, l’associazione dei chirurgi ospedalieri italiani, ha stimato che sceglieranno di abbandonare il loro posto 1.500 loro colleghi sui 7.000 totali. Racconta il suo presidente Pierluigi Marini, primario al San Camillo di Roma: «Grazie al blocco del turnover oggi l’età media degli specialisti di chirurgia generale è molto alta. La funzionalità delle sale operatorie si regge grazie agli ultra 55enni. Soltanto nel Lazio, la seconda regione d’Italia per numero di popolazione, sarà difficile garantire i livelli assistenziali, visto che uscirebbero 100 chirurghi sui 600 totali. Ma la situazione è al limite in tutto il Paese: qualche mese fa sono andato a un convegno in Calabria e un primario di quella regione mi ha detto che è costretto a fare almeno 15 notti al mese». Gli esperti del settore fanno notare che potrebbero andare in quiescenza soprattutto personale in posizione apicale, con grande esperienza. E questo nodo, aggiunge Marini, s’intreccia a un altro che sta diventando strutturale: quello del ricambio generazionale. «Lo scorso anno su 7mila posti ai corsi di specializzazione, soltanto in 90 hanno scelto la chirurgia generale, lasciando inevase 250 borse di studio. Dietro questa scelta ci sono una serie di motivazioni: in primo luogo questo lavoro è sempre meno attraente perché chi lo fa, sconta carichi di lavoro sempre più maggiori. Poi c’è la questione del contenzioso: le richieste di risarcimento aumentano a dismisura, con il rischio che chi opera in sala operatoria deve farsi un’assicurazione che non costa meno di 6-7mila euro. A queste condizioni, meglio andare in pensione». Molto probabili uscite in massa sul fronte degli infermieri: oltre 100.000 hanno più di 55 anni. 

Insegnanti
Voglia di lasciare i banchi
per i maestri della primaria

L’uscita anticipata per il personale della scuola è una lotteria. Perché docenti, dirigenti scolastici e personale Ata non sanno ancora quando dovranno presentare la prima delle due domande, ovvero quella di cessazione dal servizio, visto che la finestra per i dipendenti del settore, secondo la legge 449 del 1997, scatta con decorrenza a partire dal primo settembre 2019. La questione è dirimente perché in teoria la prima domanda (quella di cessazione dell’incarico) andrebbe presentata già entro la metà del prossimo gennaio, in modo che il ministero dell’Istruzione abbia tutto il tempo per definire le piante organiche per il prossimo anno scolastico. Soltanto dopo questo passaggio si può depositare la seconda domanda, quella per la richiesta di pensione vera e propria all’Inps. In quest’ottica, non è da escludere che il governo possa decidere di concedere una deroga sui tempi. 
Negli ultimi mesi sono state diffuse stime a dir poco allarmanti sul numero delle uscite: si è parlato anche di 70 mila insegnanti che al 31 dicembre 2017 avrebbero raggiunto i requisiti anagrafici per accedere al pensionamento anticipato. Ma dal ministero di viale Travestere ridimensionano le cifre, facendo notare che è vero che l’età del corpo insegnante è alta, ma considerando una contribuzione spesso frastagliata, sarebbero circa 40 mila quelli che potrebbero avere tutte le carte per lasciare. Senza contare che gli stipendi del comparto sono molto bassi, con la conseguenza che il peso delle penalizzazioni legate al calcolo contributivo (tra il 5 e il 21% sull’assegno finale in base agli anni “scontati” rispetto alla Fornero) potrebbe spingere molti a rimanere. Quelle, invece, che potrebbero scegliere di andare via sono soprattutto maestri e maestre della scuola dell’infanzia o della primaria, vista l’attività usurante alla quale sono sottoposti. In ogni caso l’uscita di 40 mila insegnanti sarebbe comunque difficile da gestire per il Miur. Vuoi perché sarebbe un turnover più alto rispetto ai 30 mila verificatosi nel 2018, vuoi perché sempre quest’anno, su oltre 50.000 assunzioni in programma, circa la metà è andata vacante.

Dipendenti e dirigenti
Giustizia, Inps e ministeri
gli uffici da non sguarnire

Dei 140-160 mila statali che potrebbero scegliere l’anticipo pensionistico, circa 20 mila sono in servizio presso le amministrazioni centrali dello Stato. Parliamo di dipendenti di settori come la giustizia, i dipartimenti che si occupano di immigrazione, gli enti previdenziali o le amministrazioni fiscali, chiamati nel 2019 a un surplus di lavoro molto ampio vista l’entrata in vigore di riforme e provvedimenti importanti. Dal governo fanno sapere che, complici i futuri aumenti rifinanziati in manovra, le uscite potrebbero essere minori rispetto ai numeri potenziali. Per esempio, tra gli oltre 7.770 dirigenti delle amministrazioni centrali, circa il 20% ha maturato il requisito anagrafico per Quota 100, cioè i 62 anni. Più allarmante la situazione nel comparto giustizia: stime ufficiali non ce ne sono, ma i rappresentati del settore dicono che soltanto sul fronte dei cancellieri, tra le 600 e le 700 unità sarebbero in condizione di chiedere la pensione anticipata. Inutile dire i rischi per una macchina già inceppata come quella dei tribunali italiani. Stando a quello che si dice nel fronte sindacale, sarebbero tentati dal lasciare il posto quelle figure che nel pubblico impiego svolgono i lavori più duri e usuranti come gli addetti alla manutenzione. È allarme poi all’Agenzia delle entrate e all’Inps, come detto chiamati quest’anno agli “straordinari” per l’arrivo dei condoni. 
Sul versante fiscale dovrebbero essere tra i 700 e gli 800 i dipendenti nati tra il 1954 e il 1957, che possono ambire a Quota 100. Un po’ di più i potenziali in quiescenza nell’ente previdenziale: non a caso il presidente Tito Boeri si è lamentato per la decisione dell’esecutivo di prorogare di fatto il blocco del turn over fino al 15 novembre. Fronte contratti privati ma servizi di utilità quanto più pubblica si possa avere: si temono ripercussioni all’attività anche sul versante bancario e su quello postale. Sul primo ambito, quello bancario, l’accelerata data ai canali online potrebbe limitare i disagi, ma tra gli oltre 26.000 addetti oggi in servizio circa un migliaio dovrebbe andare in pensione. 

 

Ultimo aggiornamento: 17:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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