M5S, si sfilano altri 32 grillini: via alla maxi-epurazione

M5S, si sfilano altri 32 grillini: via alla maxi-epurazione
di Diodato Pirone
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Giovedì 18 Febbraio 2021, 23:45 - Ultimo aggiornamento: 19 Febbraio, 00:20

La scissione M5S è praticamente un dato di fatto. Ieri 32 deputati (su 189) non hanno seguito le indicazioni del gruppo: 16 hanno votato contro, 4 si sono astenuti e 12 non hanno partecipato al voto. Fra i ribelli, molti dei quali nelle dichiarazioni di dissenso pronunciate in aula hanno pronunciato la formula «un’alternativa c’è» accennando a complotti, non ci sono big. Ma i deputati “dissidenti” si uniscono ai 15 senatori che ieri hanno votato “no” al governo Draghi e che il reggente Crimi ha detto di voler espellere e a un’altra decina di parlamentari espulsi nei mesi scorsi dal M5S per i quali continua ad essere prevalente su ogni altro dato politico la battaglia contro le élite e contro l’Europa dell’austerità identificata con Draghi che quell’Europa l’ha combattuta nei fatti.

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Forse neanche Matteo Renzi aveva pensato di raggiungere così facilmente il risultato di spacchettare il movimento populista in così poco tempo. E invece nei 5Stelle è iniziata una sorta di guerra civile e la battaglia sul simbolo e il rapporto tra Beppe Grillo e Davide Casaleggio mette in discussione l’esistenza stessa del M5S così come finora l’abbiamo conosciuto. Il «no» dei 15 senatori ortodossi a Mario Draghi apre una ferita che difficilmente si rimarginerà. Una manciata di ore dopo, alla Camera, i «contras» viaggiano più o meno sulla stessa linea. I gruppi autonomi, per i dissidenti espulsi, sono a un passo. E, al Senato, gli ultimi rumors dicono che i dissidenti avrebbero chiesto al segretario Ignazio Messina l’uso del simbolo dell’Italia dei Valori.

Nel pomeriggio i vertici tentano una controffensiva. Vito Crimi si palesa a Montecitorio, preceduto da un post di Beppe Grillo in cui il Garante non muta la sua linea pro-Draghi: «I Grillini non sono più marziani», scrive Grillo tracciando una linea che unisce la sonda Perseverance, in arrivo nella notte su Marte con la «perseveranza» del sì del M5S ad un governo ambientalista.

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Un sì che, nella strategia di Grillo, potrebbe innescare una rifondazione della sua creatura.
In mattinata, invece, governisti ed espulsi si combattono a suon di dichiarazioni e post sui social. Alla notizia dell’espulsione - che potrebbe riguardare anche tre assenti al Senato, tra cui Emanuele Dessì - Barbara Lezzi risponde per le rime: «Mi candido a far parte del comitato direttivo del M5S (da cui non sono espulsa)».

Ma è una provocazione: lo Statuto del MoVimento, all’art.11, recita che chi è espulso dai gruppi parlamentari lo è anche dal M5S, e viceversa. C’è un dato tuttavia: il procedimento di espulsione ha tempi tecnici lunghi. Anche perché ieri i probiviri sarebbero orientati a sospendere le espulsioni in vista della nuova governance del MoVimento. L’altro «big» del Senato cacciato dai vertici, Nicola Morra, staziona in mattinata a lungo alla Camera. Parla con Lorenzo Fioramonti, ex ministro M5S che da mesi pensa a un gruppo autonomo con altri fuoriusciti. I numeri, per un nuovo gruppo a Montecitorio, ci sarebbero, così come al Senato. Anche se Morra per ora si sfila: «Non mi interessa, non voglio andare via».

Sono ore di scosse telluriche per il M5S e Luigi Di Maio aspetta che ci sia un primo assestamento. Poi potrebbe fare la sua mossa, come gli viene chiesto da diversi deputati. Ma la tensione, per ora, è troppo alta e investe anche due esponenti moderati del calibro di Alfonso Bonafede e Federico D’Incà che, a lungo, in Aula si attardano in una discussione dai toni piuttosto alti.

E poi c’è il nodo Rousseau. L’affondo di ieri contro Crimi - «lo Statuto è cambiato, non è più capo politico» - ha acuito l’irritazione dei parlamentari. «Si tenga gli iscritti, facciamola finita. Lì c’è solo una gara per i click degli attivisti», è la linea, tranchant, di un esponente della vecchia guardia. Luca di Giuseppe, facilitatore campano M5s vicino a Casaleggio, lancia una “call to action” per sostenere con la funzione «Mi fido» gli espulsi. E in serata riemerge Alessandro Di Battista.

La guida dei «descamisados» annuncia un collegamento Live per sabato che pare una discesa in campo: «Ci sono cose da dire. Scelte politiche da difendere. Domande a cui rispondere ed una sana e robusta opposizione da costruire», sottolinea. E sullo sfondo, appare la guerra sul simbolo. Che è di Grillo e della sua Associazione del 2012, ma è stato ceduto in comodato all’Associazione M5s del 2017, in cui risultano fondatori Luigi Di Maio e Casaleggio. E il caos potrebbe frenare anche Giuseppe Conte.
 

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