M5S, saranno espulsi i 15 senatori che hanno votato "no" al governo Draghi

M5S, saranno espulsi i 15 senatori che hanno votato "no" al governo Draghi
di Diodato Pirone
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Giovedì 18 Febbraio 2021, 11:39

Il Movimento 5 Stelle espellerà i 15 senatori che ieri hanno votato "no" al governo Draghi. Si tratta dell'ultimo capitolo di una drammatica evoluzione che già nei mesi scorsi aveva portato il principale gruppo di palazzo Madama a scendere da 112 eletti nel 2018 a 92.

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Dei 92 senatori pentastellati solo 69 hanno votato per il governo Draghi. Ben 8 erano assenti (almeno 6 per evitare di votare "no", gli altri in malattia) e altri 15 hanno scelto il "no". Fra loro (Abate, Angrisani, Crucioli, Di Micco, La Mura, Giannuzzi, Corrado, Mantero, Moronese, Mininno, Lezzi, Morra, Granato, Ortis e Lannutti) nomi noti come quello dell'ex ministro per il Sud, Barbara Lezzi, e di Nicola Morra presidente della Commissione Antimafia. Il "no" è arrivato anche da altri 5 senatori ex M5S espulsi negli scorsi mesi e confluiti nel gruppo Misto.

Che il travaglio dei 5Stelle possa costituire un problema serio per il governo Draghi è da escludere. Per quanto il partito mantenga circa il 30% dei parlamentari sulla base dell'ondata elettorale del 2018 l'appoggio della Lega a Draghi toglie peso numerico e dunque anche politico a eventuali intemerate pentastellate.

Dunque paradossalmente il principale nodo da sciogliere dei 5Stelle, pur essendo partito di maggioranza relativa, non è quello del governo. Il vero nodo da sciogliere del partito di Beppe Grillo è smettere di guardare al passato e decidere cosa fare in futuro. In altre parole il dramma dei 5Stelle non si risolverà sul fronte della tattica ma su quello della strategia.

Un famoso sociologo e politologo norvegese, Stein Rokkam, è passato alla storia per aver definito quelle che lui chiamò "fratture sociali". Fra queste Stein indicò fra le più importanti la frattura fra élite e popolo,

Questa è stata la  vera molla che ha fatto la fortuna dei 5Stelle negli anni scorsi. Ed è la sfiducia verso le élite la vera ragione che impedisce ai Di Battista fuori dal Parlamento e alla Lezzi e a Morra in Senato di votare per un governo chiamato per sua natura a ricomporre proprio la frattura fra élite e popolo attraverso una serie di riforme, un governo che smentisce la retorica della "casta" che ha prodotto enormi quantità di fumo e pochissimo arrosto.

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La parte più pragmatica del Movimento comprende che - con i propri stilemi fra i quali inizia a prevalere l'ambientalismo - è inevitabile partecipare ad una fase di profonde riforme che l'Italia dovrà mettere in cantiere per uscire dalla gigantesca crisi economica (e dal debito al 160% del PIl) determinata dalla pandemia. La parte dei grillini che guarda ancora al mondo e all'Italia pre-pandemica preferirebbe restare fuori da questo sforzo e continuare a testimoniare il disagio e la protesta di un popolo sempre più indistinto.

A ben vedere il governo Draghi, aprendo una fase completamente nuova e rappresentando un salto di qualità nell'arte di governare e persino nella considerazione dell'Italia, pone analoghe questioni a tutti gli schieramenti. Non a caso ieri in Senato si è verificata una mini-scissione anche nel micro partito della Sinistra Italiana. Ma anche la divaricazione fra sovranisti (o ex tali) sta determinando prospettive nettamente diverse  fra Lega e Fratelli d'Italia in un centro-destra che nei prossimi mesi conoscerà per certo molte novità. E se nel centro-sinistra il pragmatismo di Draghi potrebbe favorire la produzione del collante destinato a cementificare l'intesa tripartita fra M5S, Pd e Leu, anche i partiti centristi saranno chiamati a uscire dall'attuale deprimente spettacolo di tre o quattro micro-formazioni in lotta fra loro non si capisce nenache bene perchè.

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Insomma, la spaccatura emersa nei 5Stelle è solo la punta dell'iceberg della ricomposizione dello scenario politico italiano. I governi tecnici hanno sempre determinato grandi novità: quello di Parri nel '46 fu seguito due anni dopo dalla maggioranza assoluta a De Gasperi. Quello di Ciampi nel '93 fu seguito dall'arrivo di Berlusconi e poi dalla vittoria dell'Ulivo. Monti portò alla prima grande affermazione dei 5Stelle nel 2013.

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