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La Lega si ritrova primo partito. «Ora l'agenda la dettiamo noi»

Con la scissione M5S, il Carroccio diventa il gruppo più grande della maggioranza. E Salvini si prepara ad alzare le richieste

La Lega si ritrova primo partito. «Ora l'agenda la dettiamo noi»
di Emilio Pucci
5 Minuti di Lettura
Giovedì 23 Giugno 2022, 09:21 - Ultimo aggiornamento: 24 Giugno, 13:54

ROMA La prima missione è cercare di vincere i ballottaggi. Si stanno controllando le agende ma l'obiettivo è arrivare perlomeno ad una photo opportunity tra i leader del centrodestra prima di domenica. Tajani e la Meloni saranno domani mattina a Rapallo per il meeting dei giovani imprenditori, Matteo Salvini è previsto il giorno dopo ma non si esclude che possano cambiare i programmi. In ogni caso si lavora ad una iniziativa comune che potrebbe anche essere un semplice video-appello per invitare gli elettori ad andare a votare. «Niente regali alla sinistra, il centrodestra è unito», il messaggio che si vuole recapitare per impedire soprattutto che il Pd sfondi al nord nei comuni di Piacenza, Alessandria, Verona e Monza.
La Lega si gioca molto in questa tornata amministrativa, già ha subito il sorpasso di Fdi, il rischio è che il trend negativo continui. Ma l'operazione di Di Maio che ha spaccato M5s potrebbe essere un assist per Salvini. Il segretario del partito di via Bellerio ha già detto che non vuole alzare il prezzo sulle poltrone, nessun tipo di rimpasto è all'orizzonte.

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LA STRATEGIA
Ma intende comunque sfruttare il fatto che la Lega, dopo la scissione dei pentastellati, è il partito più numeroso in Parlamento. Da qui la richiesta anche di un riequilibrio nelle Commissioni. Ieri Salvini ha apprezzato il via libera del Consiglio dei ministri alla riduzione delle bollette, chiede ora nuovi sconti per i carburanti, insiste per un decreto siccità, invoca provvedimenti per aumentare il potere di acquisto degli italiani.
Perché «famiglie e imprese non possono aspettare». Ma l'asticella si alzerà anche su altre misure, a partire dall'autonomia, e su alcuni temi come quelli legati alla sanatoria degli immigrati o alla legge Fornero. L'ex ministro dell'Interno ha ribadito che non intende minare il governo ma ha promesso ai suoi che su alcune questioni sarà inflessibile.
Per esempio sulla legge sulla concorrenza nella parte legata alle concessioni dei taxi. «Noi non la votiamo», ripetono i leghisti. Dopo aver incassato l'accordo sulla riforma del catasto si tornerà all'assalto sulla pace fiscale.
E a settembre l'affondo sarà sulla legge di bilancio. Insomma, lo sguardo è rivolto ai contenuti e non ai posti di governo. Ai fedelissimi poi fa notare come il Pd abbia subito la frattura di Renzi e ora è toccato a M5s, mentre nella Lega non si parla più di tensioni tra l'ala governista e il resto del partito.
In realtà i cosiddetti governisti continuano a lamentare dietro le quinte un deficit di strategia e non è detto che qualora lunedi' l'esito del secondo tempo delle comunali dovesse essere fallimentare non si torni a chiedere un cambio di passo. Impraticabile in ogni caso un eventuale assalto alla leadership, perché il congresso si terrà solo dopo le Politiche e a stilare le liste sarà il Capitano.

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I TERRITORI
Del resto Giorgetti e i presidenti di Regioni, nonostante soprattutto il primo il buon rapporto con Di Maio non hanno intenzione di seguire il ministro degli Esteri nell'operazione forza Draghi. Un'operazione che comunque viene vissuta con sospetto dagli ex lumbard.
Anche perché dietro le quinte cresce il pressing di chi vorrebbe staccarsi dall'esecutivo o inviare segnali di maggiore insofferenza nei confronti dell'operato del presidente del Consiglio.
Sia sulla guerra in Ucraina sia sulle leggi che arrivano in Parlamento perché il ragionamento «noi continuiamo a non toccare palla». Ma ora, per dirla con le parole dello stesso Salvini, dopo la nascita dei gruppi dimaiani, «è cambiato il mondo». «Ora Conte dirà A e Di Maio B, è chiaro che noi abbiamo più margini di manovra», dice l'ex lumbard Borghi, mai tenero con il governo.
IL RESTYLING
L'obiettivo di Salvini resta comunque quello di recuperare il consenso, per questo motivo dopo i ballottaggi partirà un restyling del partito. Soprattutto al Sud. In alcune regioni, dalla Campania alla Basilicata e alla Puglia, l'imperativo è cambiare.
«Dovremo fare di tutto per tornare ad essere il primo partito del centrodestra», il refrain. Anche perché con il passo indietro di Musumeci ora Fdi ha aperto il dossier di Lombardia e Lazio. Il leitmotiv è che insieme si vince, che la legge elettorale non cambierà (anche se si punta ad introdurre un premio alla coalizione) ma occorrerà ridiscutere tutto, osserva un big di Fratelli d'Italia.
 

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