Expo 2030, Rutelli: «Può ridisegnare il futuro di Roma e di tutto il Paese»

L’ex sindaco: essenziale legare gli investimenti con quelli per il Giubileo

Rutelli: «Expo può ridisegnare il futuro della Capitale e di tutto il Paese»
di Mario Ajello
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Venerdì 1 Ottobre 2021, 00:08 - Ultimo aggiornamento: 14:54

Francesco Rutelli, che cosa significherebbe per Roma aggiudicarsi l’Expo 2030? 
«Sicuramente un’opportunità formidabile. Dipende ovviamente da quale sarà il programma definito e approvato, dalle risorse in campo e dal grado di convergenza nazionale e non solo interno alla Capitale».

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Roma attirerebbe 45 miliardi di euro. Una cifra consistente, no?
«Aspetterei a quantificare. C’è bisogno di verifiche finanziarie molto serie. Il punto per me è il seguente: come immaginiamo Roma tra 10 anni. Il 2030 in realtà è una data vicina. Anche perché ha una tappa intermedia: il Giubileo del 2025. Sarebbe assurdo prevedere investimenti per il 2025 e per il 2030 scoordinati tra di loro e al di fuori di una programmazione urbanistica, infrastrutturale, dei servizi, della digitalizzazione, indipendente dalla vita quotidiana dei romani».

L’Expo dovrà essere il punto cruciale del nuovo sindaco?
«Sì, proprio così. Sarà inevitabilmente lui o lei che nei prossimi 5 anni dovrà mettere prima su carta e poi a terra che cosa sarà la Roma 2030, Giubileo e auspicata Expo inclusi».

Serve una cabina di regia per i grandi eventi?
«Intanto siamo in ritardo sull’Anno Santo che si aprirà la notte di Natale del 2024. Quanto alla cabina di regia, è una scelta necessaria e il tutto ha bisogno di un impegno continuativo del governo centrale. Occorre cioè che anche dopo si lavori in continuità con la scelta del governo Draghi di candidare Roma all’Expo. Occorre la certezza di un impegno condiviso da tutto lo schieramento politico-parlamentare».

Che tipo di Expo lei crede opportuna per Roma?
«I grandi eventi possono essere trasformativi di una città oppure portare interventi di riorganizzazione e di miglioramento diffuso. Nella prima categoria rientrano ad esempio i due eventi spagnoli, Olimpiadi a Barcellona ‘90 e Expo a Siviglia ‘92, che hanno reinventato la città moderna in quel Paese dopo il buio del franchismo. L’altro modello è quello del Giubileo del 2000 per cui, mentre si costruivano grandi opere con fondi ordinari, come l’Auditorium, abbiamo attivato e canalizzato per Roma oltre alle risorse per l’Anno Santo (oggi sarebbero 800 milioni di euro, non tanti) quelle di tutte le altre amministrazioni: Anas, Ferrovie, Autostrade, Soprintendenze e via dicendo. Gli interventi cittadini furono quasi tutti per la mobilità, la manutenzione urbana, i servizi diffusi».

Quale dei due modelli per Roma 2030? 
«Mentre il Giubileo 2025 richiederà di nuovo il modello di riorganizzazione e di manutenzione, l’Expo avrà bisogno di architetture, infrastrutture, e tecnologie sostenibili».

Con l’attuale codice degli appalti si possono fare tutte queste opere senza lungaggini e quindi sprechi?
«L’Italia è a un bivio. O avrà la capacità di spendere con trasparenza e certezza le centinaia di miliardi resi disponibili dal Pnrr, oppure resteremo un Paese al palo perché la Ue si riprenderà i soldi deliberati. Se sapremo far funzionare quel programma, per l’Expo la strada sarà tracciata. Abbiamo davanti gli investimenti per il post Covid, poi il Giubileo e di seguito l’opzione 2030. Questo trittico apre possibilità davvero trasformative per la Capitale».

La zona della Tiburtina dovrebbe essere il cuore del progetto. Lei che cosa ne pensa? 
«La direttrice Tiburtina, a partire dalla stazione, poi Pietralata e avanti fino al polo tecnologico, ha delle grandi potenzialità. Se si punterà su quel quadrante è una buona scelta. Che mi pare sia stata esaminata dalla giunta Raggi. Serve comunque una generale rivoluzione urbana. Non dimentichiamoci che l’Esposizione del 1942, da cui nasce l’Eur, guardava a sud ovest (invece il piano regolatore del ‘60 avrebbe puntato ad est) ha condizionato tutto lo sviluppo della città in direzione Fiumicino e mare con una sua logica potente. L’Expo dovrà avere certamente, come è avvenuto per Milano 2015, un suo baricentro. Ma inevitabilmente avrà un valore metropolitano. E dovrà puntare sui migliori asset della città, dallo stesso Eur (pensiamo alla Nuvola) alla Città della Musica, alla direttrice Fiera-Aeroporto. La prossima amministrazione comunale è chiamata a configurare la città del 2030 che sarà policentrica e muoversi con nuove infrastrutture - a Parigi stanno facendo una nuova metro tutta automatizzata con investimento di 23 miliardi - e soprattutto connessioni digitali capaci di coinvolgere l’intera metropoli».

Ma Roma ha ancora la forza di attirare investimenti?
«Il principio di Lamarck che ha più di due secoli dice che è la funzione che sviluppa l’organo negli animali. Ciò vale anche per le città. Specie per la Città Eterna, l’unica veramente mondiale grazie ai suoi 2.800 anni di storia. Guai a temere di non farcela per il 2030. Essenziale, come è stato per Milano 2015 con cibo e industria dell’alimentazione, è la declinazione del tema dell’Expo: dovrà avere una identità forte e creare una nuova fiducia che porti crescita e lavoro. Un’Expo non è una sfilza di padiglioni da riempire».

Gioco di squadra pubblico-privato è la ricetta giusta?
«Tutta la vita. L’idea di questa candidatura nasce con il contributo degli industriali romani. Forte regia pubblica e partecipazione di tutti i mondi: impresa, università, ricerca, volontariato. Il trittico investimenti post Covid, Giubileo, eventuale Expo può ridisegnare il futuro della Capitale e di conseguenza quello dell’intero Paese». 

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