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Ucraina-Russia, il reportage da Kharkiv: «Per giorni senza cibo nella città fantasma, un bombardamento senza tregua»

Accolti a Voloske, gli sfollati vengono aiutati da una associazione che si occupava di clownterapia

Ucraina-Russia, il reportage da Kharkiv: «Per giorni senza cibo nella città fantasma, un bombardamento senza tregua»
di Cristiano Tinazzi
5 Minuti di Lettura
Sabato 5 Marzo 2022, 22:19 - Ultimo aggiornamento: 6 Marzo, 14:11

DNIPRO «All’inizio della guerra eravamo tutto sommato tranquilli. Poi i bombardamenti si sono fatti più frequenti. La gente ha cominciato a morire e siamo rimasti bloccati in città, praticamente senza via d’uscita». Voloske si trova a circa quaranta chilometri a sud di Dnipro. Per arrivarci si deve percorrere la strada che porta a Zaporizhzhya e poi deviare a est, per arrivare fin sulle sponde del fiume Dnipro. Una zona fatta di campi, boschi e case di villeggiatura costruite intorno a un piccolo borgo. La scuola secondaria del paese è stata trasformata in un rifugio sicuro per chi scappa dai combattimenti e soprattutto dai bombardamenti russi che colpiscono Kharkiv e altre città.
Una bambina ha un bastardino in braccio dal quale non si separa mai. Lo stringe forte a sé quando parla. Nel magico mondo dei bambini a volte non serve parlare, basta un sorriso per capirsi anche se si arriva da un paese lontano.

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I PICCOLI
Ci sono tanti bambini qui, molti piccoli, di sei, sette anni, e poi a salire fino ai sedici, diciassette anni. Ci sono anche degli adulti, donne soprattutto. Olga Kosse, ventinove anni, lavora per Ukraine Child Rights Network, una Ong che aiuta i bambini nelle zone di conflitto. Otto anni fa viveva a Donetsk. Quando la guerra è scoppiata è rimasta lì, nonostante la presa del potere da parte dei separatisti. In quel periodo lavorava per un’altra associazione, “Responsable citizens”, che si occupava di aiutare soprattutto i diversamente abili e i bambini presi nella morsa del conflitto. La sua Ong si era dichiarata neutrale, ma nel 2016 i suoi uffici sono stati chiusi dalle autorità separatiste filorusse insieme a quelli di tutte le altre Ong presenti sul territorio. Per loro, erano tutte spie. Da quel momento è rimasta solo la Croce Rossa Internazionale. Olga è nuovamente andata via dal Donbas, da Kramatorsk, pochi giorni fa insieme al suo compagno. Non se la sentiva di rimanere lì, perché potrebbe essere uno dei futuri obbiettivi dell’esercito russo che vuole tagliare in più sacche le città dell’Est e isolare l’esercito ucraino e i volontari dal resto del Paese. Oggi continua a seguire i suoi bambini da Dnipro. Domani, chissà da dove.
Un destino che accomuna ai tanti rifugiati che da qui passano per riposarsi e avere vestiti, un tetto e un aiuto e poi ripartire verso Ovest. Ad accoglierli ed aiutarli anche un’associazione che curava i bambini con la Clown terapia.
Dimitri Sokovich è uno dei tanti in fuga. Viene da Kharkiv e era qui in Ucraina per rinnovare il passaporto. «Mia madre è arrivata in Italia circa ventiquattro anni fa per cercare lavoro, e insieme a quello ha trovato anche l’amore è si è sposata. Io l’ho raggiunta circa dieci anni dopo. Viviamo a Montebelluna, in Veneto. Ero tornato in Ucraina a fine novembre per trovare amici e parenti e invece mi sono ritrovato in mezzo a questa tragedia». Dimitri racconta che in Italia ha fatto qualsiasi lavoro. «So fare un po’ di tutto», dice ridendo. «I primi tre giorni di conflitto non avevo paura di niente, ma quando è caduto un proiettile sulla mia casa e l’ha distrutta mi sono spaventato a morte. Non so che fare adesso, non posso andarmene in nessun modo dall’Ucraina perché in questo momento i maschi sopra i diciotto anni sono soggetti alla chiamata alle armi, siamo in guerra, ma io ho problemi di cuore e alla schiena da anni e spero che mi diano l’esenzione così posso tornare a casa mia, in Italia».
IL RIFUGIO
Dimitri racconta che per una settimana è dovuto rimanere insieme a decine di persone in un rifugio, sottoterra. L’unico modo per sfuggire ai bombardamenti aerei e ai colpi dell’artiglieria russa. «Non avevamo da mangiare, né acqua né riscaldamento. Tante persone erano anziane, molti avevano la tosse o la febbre. Faceva un freddo tremendo ed era umido. Vorrei solo tornare da mia madre. Lei mi chiama e piange. Le ho detto “mamma, io sono vivo, quindi va tutto bene”». Jan Tomas Rogala con la sua associazione faceva clown terapia per i bambini negli ospedali. «Tutto è chiuso a Kharkiv. Ci sono alcuni negozi di alimentari ancora aperti ma le file sono lunghissime. E c’è scarsità di molti alimenti. La mia associazione, Pomogaem, faceva clown terapia per i bambini negli ospedali, ma da quando è iniziata la guerra ci siamo dedicati a recuperare civili in diverse zone del paese».

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