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Ucraina, in hotel coi fucili alla nuca: «Siete infiltrati dei russi»

Il reporter, un fotografo e la troupe del Tg1 assaliti dalle forze di sicurezza

In hotel coi fucili alla nuca: «Siete infiltrati dei russi»
di Cristiano Tinazzi
5 Minuti di Lettura
Venerdì 4 Marzo 2022, 00:07 - Ultimo aggiornamento: 08:37

È stato un attimo. Sono sul letto, sto scrivendo un post sul mio blog. Da quando sono in Ucraina non ho mai avuto tempo per aggiornare questo diario. Andrea Carrubba, il fotografo con cui condivido la stanza, è anche lui steso sul letto, ancora in pigiama. È un paio di giorni che ha qualche linea di febbre. Lo stress, il mangiare quando si può, il correre continuamente da una parte all’altra, il freddo. E qui poi, usare la mascherina per contrastare il Covid perde di ogni senso. C’è altro a cui pensare. La porta si apre all’improvviso con un passepartout. Il tempo di alzare gli occhi dal monitor del mio laptop e vedo entrare un uomo in mimetica con la pistola tenuta con le due mani, puntata verso di me. Urla. Lui urla e io non capisco, alzo le mani. 

Entra un secondo uomo, questa volta con la divisa della polizia. Ha un Kalashnikov. Il primo uomo, imponente, con il volto coperto, punta la pistola verso Andrea, tenendolo sotto controllo, poi si danno il cambio. Continuano a urlare. C’è una ragazza con loro, è una delle responsabili del desk dell’hotel. Traduce quello che dicono: «Mettetevi a terra, mani esposte, non fate nessun movimento». L’uomo in mimetica mi punta la pistola in faccia e mi afferra per la camicia tirandomi su, in piedi, poi mi fa inginocchiare a terra e stendere, con le braccia distese. La stessa cosa fa Andrea. Poi ci fanno alzare. E ci strattonano portandoci fuori dalla camera. Non ho le scarpe e le afferro al volo prima di uscire. 

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LA TROUPE DEL TG1

Appena fuori vedo Stefania Battistini del Tg1 con le le mani alzate, faccia contro il muro. Le dico «Stefania, ma che succede?». Sono pochi minuti, non hai tempo di realizzare, l’unica cosa che capisci è che sono regolari, delle forze di sicurezza, ma non capisci niente altro. Non sai il motivo, nulla. Ci portano tutti in fondo al corridoio, dove c’è la stanza di Stefania. Altri uomini armati. Sul letto, Simone, uno degli operatori video, a pancia in giù, le mani davanti. Per terra c’è Mauro. I cellulari sono su un tavolino. Stefania è seduta su un divano. 

Arrivano altri poliziotti, questi a volto scoperto, poi un uomo in borghese. La ragazza dell’albergo dà ordini, come se fosse una di loro e parla di un contatto che uno di noi avrebbe con qualcuno che parla russo molto bene. Nessuno di noi è mai stato in contatto con questa persona. Nessuno ha mai parlato con un russo, anche perché nessuno di noi sa il russo o l’ucraino. Le traduzioni sono confuse, un uomo dice che non si devono fare immagini. Ci permettono di stare seduti adesso, stanno controllando i documenti. Possiamo riprendere i nostri cellulari. Stefania mi spiega che sono arrivati prima da loro, mentre erano in diretta, che le hanno fatto interrompere il collegamento portandola via, con le mani alzate.

Una scena andata in onda sul programma Unomattina, che tutti gli italiani hanno potuto vedere nella giornata di ieri. Uno degli operatori viene buttato a terra con le braccia dietro la schiena e un ginocchio di uno dei militari tenuto premuto sui suoi polsi incrociati. Ci dicono che sta arrivando anche qualcuno della Sbu, i servizi di sicurezza ucraini. A quel punto riesco a telefonare ad una mia amica, Sofiya, che fa parte dell’ufficio stampa del ministero degli Esteri ucraino. Si parlano, si spiegano, gli animi si tranquillizzano. Sofiya mi dice che va tutto bene, ci invita a fare quello che ci dicono, che è tutto a posto, perché io e Andrea abbiamo un accredito stampa militare, richiesto due mesi prima per coprire la zona di operazioni militari in Donbas. Scattano foto dei documenti e dei nostri volti. E alla fine, si scusano per quanto successo. Erano convinti, probabilmente una soffiata, che fossimo infiltrati filorussi o in qualche modo legati a Mosca. 

LE PAURE

Ci sono altri risvolti di questa storia, spiacevole, comprensibile per un paese in guerra contro un nemico difficilmente identificabile, senza divisa, che adesso non è il momento di raccontare. Anche se non è mai giustificabile, comunque, puntare delle armi contro dei giornalisti. E questo ci regala il senso di quanto la tensione in questa città stia salendo giorno dopo giorno. Le notizie di sabotatori separatisti o russi catturati a Dnipro continuano a girare, che siano vere o meno. Si temono segnalatori a terra per i bombardamenti aerei, quinte colonne che manomettano infrastrutture o possano compiere degli attentati. E qui, tutti parlano russo, pochi ucraino. Ma non è una questione di lingua o di origini. Adesso è una questione di identità nazionale. Per le strade di Dnipro giganteschi cartelloni ritraggono un uomo mentre lancia una molotov. “Russki korabl Idi nahui” è scritto in nero sopra uno sfondo bianco. “Nave russa fottiti” la traduzione. La gente di Dnipro è gente dura, tanti qui hanno avuto esperienza di guerra nell’Est, negli scorsi anni. Qui, a Dnipro, è nato il primo museo “Ato”, dedicato all’operazione antiterrorismo in Donbas.

 

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