Ingegnere di Palestrina sequestrato in Oman, la figlia scrive al sultano: «Liberatelo»

Domenica 19 Maggio 2019 di di Massimo Sbardella
Yasmin con il padre Nader
«Non sentiamo papà dal 28 aprile scorso e siamo molto preoccupate. L’ultima volta era depresso, aveva perso ogni speranza di tornare a casa. Purtroppo non è la prima volta che ci fanno sperare inutilmente. Come ultima chance, abbiamo deciso di scrivere al Sultano dell’Oman chiedendone l’intervento per mettere fine a questa assurda vicenda». A parlare è Yasmin Morsy, 23 anni, la giovane figlia dell’ingegnere civile Nader Morsy, di Palestrina, che, giunto in Oman per lavoro con una multinazionale italiana, da oltre due anni è stato privato del passaporto e impossibilitato a rientrare in Italia. Soltanto la determinazione della figlia Yasmin e della moglie Antonella Parolari, 60 anni, hanno fatto in modo che l’attenzione sul caso restasse alta, per cercare di tirarlo fuori da una vicenda costellata di abusi e ritorsioni, in un Paese in cui l’unica persona che può decidere le sorti di un uomo è il sultano, Qaboos bin Said al Said, la “fonte di tutte le leggi”.

Finora Yasmin e Antonella, con i loro avvocati omaniti, hanno faticato molto per far valere le proprie ragioni anche per il fatto che, pur se residente in Italia, Nader Morsy ha passaporto egiziano e per la Farnesina è stato impossibile agire direttamente. Dopo due anni di denunce, lo scorso dicembre le due donne riescono a mettersi in contatto con il Palazzo del Sultano ottenendo, l’8 gennaio 2019, che il generale che aveva sottratto il passaporto a Nader venisse sospeso e indagato per diversi reati. Alcuni stretti collaboratori sono stati addirittura arrestati.
«Il 27 marzo - racconta Yasmin - i nostri avvocati ci informano che papà, nella sentenza di quel giorno, è stato assolto pienamente dalle accuse inconsistenti che il generale e i suoi fedelissimi avevano cercato di costruire contro di lui. Sembrava fossimo arrivati alla fine di un incubo e, ci avevano detto, entro fine aprile papà sarebbe tornato a casa. Invece, purtroppo, dal 28 aprile mio padre neanche chiama o scrive più e non riusciamo ad avere notizie. Viviamo nell’angoscia e, dopo aver anticipato la nostra intenzione, abbiamo deciso di scrivere direttamente al Sultano». «Stiamo lottando - si legge nella missiva firmata dalle due donne - per difendere mio marito dalla cosa peggiore che potesse capitarci in Oman: è trattenuto vicino a Mascate, sebbene le accuse mosse contro di lui siano state smontate una ad una». «Non lo vediamo da due anni - proseguono - e stiamo perdendo ogni speranza: è per questo che chiediamo il suo intervento per farlo tornare in Italia».
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