Il calvario delle donne povere in Africa, la prostituzione per far mangiare i figli

Domenica 9 Giugno 2019 di Franca Giansoldati
foto di Antonella Sinopoli
Kenya, Uganda, Zimbabwe, Mali, Ghana fa poca differenza. La prostituzione in Africa è il prodotto di un sistema in cui la donna vive ai margini. Alla fine è sempre la fame a decidere per lei, l'angoscia di non aver nulla da portare a casa. E così non resta che una unica risorsa disponibile da sfruttare, il proprio corpo, anche a costo di rischiare il contagio di Hiv. Un rischio che le donne che provengono dai ceti sociali più bassi, corrono senza pensarci. «L'Hiv ti uccide in vent'anni, la fame in due giorni». Una giornalista italiana, Antonella Sinopoli, dopo essersi stabilita in Ghana e avere fondato Voci Globali (www.vociglobali.it) e fondato il progetto afrowomenpoetry (www.afrowomenpoetry.net) ha realizzato un reportage da vari paesi, mettendo a fuoco questa piaga.

Secondo una ricerca effettuata tre anni fa dalla Fondazione Scelles, posta sotto il controllo della Corte Suprema di Francia, risulta che nel mondo vi siano 42 milioni di prostitute anche se, naturalmente, si tratta di un numero sottostimato e approssimativo perchè reperire informazioni in tante nazioni africane è una impresa quasi impossibile.

In pratica, per le donne, si tratta di rischiare la morte per sfamare i propri figli. Spesso le donne continuano a fare un mestiere – sartoria, venditrici, contadine – pur arrivando a prostituirsi di nascoto per racimolare un po' di denaro che spesso viene loro sottratto da mariti violenti o parenti violenti. Abusi, ricatti in famiglia sono racconti ricorrenti.

Scrive Antonella: «Le donne incontrate vivono con un guadagno medio giornaliero di poco meno di due dollari al giorno, la soglia minima di povertà. Donne che fanno ricorso alla prostituzione saltuaria come mezzo per supplire all’assenza dei padri dei loro figli, che rimangono sole e senza sostegno (l’eredità passa in linea maschile) o che vogliono continuare gli studi nella speranza che un’educazione dia loro un futuro migliore”.

Come per esempio Emma che fa la parrucchiera e si vende quando non riesce a guadagnare nulla durante il giorno. Vive in Uganda, Paese tra i primi cinque del continente per l’empowerment delle donne e dove sono donne il 34% dei parlamentari. Ma qui, come altrove nell’Africa sub-sahariana, il gap tra la classe medio-alta e quella delle popolazioni rurali o che vivono ai margini delle città è sempre più ampio.

Ammalarsi è uno degli effetti collaterali di una guerra alla povertà combattuta ad armi impari, perché raramente se ne esce vincitori. E se non muori di Aids ci sono le gravidanze non volute a mettere in pericolo queste donne. “Abbondano ciarlatani e pillole di ogni tipo per provocare aborti, il risultato è che molte, moltissime, non torneranno a casa”.

Aissata, 23 anni, abita in una piccola provincia del Mali, ha lasciato una foto e il numero di telefono in locali e brothel della capitale Bamako. Così, quando la chiamano, prende un piccolo mezzo locale e si mette in viaggio. “Guadagno 50.000 CAF (equivalenti a 80 euro circa) ogni volta che vado lì” dice. Fatti i conti sono circa 200 euro al mese, cinque volte di più del guadagno di una famiglia media nel suo villaggio. Tante le ragazze che sperano di acquistare con il loro corpo un biglietto per il futuro.

Quelle più fortunate trovano uno “sugar daddy”, un protettore. Come è successo a Juliette, 22 anni, Repubblica Democratica del Congo. Il suo “sugar daddy” ha 56 anni ed è dipendente di dogana. Lavoro che può diventare assai lucroso grazie all’attività di contrabbando dei minerali. Si prende cura di lei per tutti i suoi bisogni: casa, cibo, abiti e tasse scolastiche.

E' dalla Nigeria, Benin City, capitale del traffico di esseri umani, che partono centinaia di ragazze ogni anno. Quelle che andranno a lavorare sui marciapiedi d’Europa o Stati Uniti.

Molte di loro sanno cosa andranno a fare e cercano in città il contatto con un protettore che possa aiutarle a lasciare il Paese. L’aspettativa è di trovare un uomo in una città europea o in Canada. 

A volte più che la povertà sono le condizioni climatiche, le siccità prolungate, a provocare disastri. In Kenya molte giovani delle comunità rurali sono costrette a trasferirsi in città per sostenere le famiglie.

La prostituzione è legale in numerosi Paesi africani, Capo Verde considerata anche dagli italiani una sorta di paradiso del sesso, ma anche Senegal (dal 1969), Guinea Bissau, Eritrea, Etiopia, più recentemente il Kenya. Il che significa avere documenti sanitari e aree prestabilite per esercitare l’attività.






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