CORONAVIRUS

Roma-Milano, sul primo treno dopo il lockdown: «Tra sindrome Fantozzi e l'emozione di rivedere la famiglia»

Mercoledì 3 Giugno 2020 di Andrea Scarpa
Roma-Milano, sul primo treno dopo il lockdown: «Tra sindrome Fantozzi e l'emozione di rivedere la famiglia»

Sarà il karma, il destino clemente (o infame, dipende), o semplicemente mia madre che da piccolo diceva sempre di aprire gli occhi e guardarsi intorno, ma sono uno di quelle persone che viaggia da sempre. Ovunque e comunque, in Italia e nel mondo (più o meno un centinaio di Paesi). Per piacere e, molto più spesso, per lavoro. Il viaggio di questa mattina, però, quello che ancora sto facendo a bordo del treno Roma-Milano, è forse il più bello ed emozionante mai fatto. Torno a casa mia, a Milano, da moglie e figlie. Che non vedo di persona da un'eternità. Per motivi pratici e burocratici, facendo la vita del pendolare, sono rimasto bloccato a Roma il giorno del lockdown. E fino a questa mattina non mi sono mosso da lì. La quarantena l'ho passata tutta da solo, manco fossi il Conte di Montecristo.

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Per non sbagliare, allora, questa mattina la sveglia l'ho messa alle 6, la partenza del treno prevista alle 8.40 da Termini, e in stazione sono arrivato alle 7.10. Temevo tempi lunghi con il termoscanner, code, ritardi. Le cavallette. Tutto è filato liscio. Dentro la stazione subito si nota che nell'area interna sono stati creati due sensi di marcia per fare in modo che la gente - poca rispetto al solito - non si incroci. I bar sono quasi tutti chiusi, gli ingressi ai binari sono presidiati da personale che controlla il biglietto e la temperatura con il termometro digitale (la "pistola" tanto per capirci).

La sindrome Fantozzi per un attimo mi ha fatto pensare: e se vien fuori che ho 37.5? Il tipo, gentile e pratico, in tre secondi ha fatto svanire la paranoia: 36.1. Sorriso e via. Al binario, in attesa di salire, siamo tutti a distanza di sicurezza e tutti più o meno mascherati, diciamo 7 con bocca e naso coperti, 3 con solo il mento ricoperto che fa tanto "la mascherina me la porto, ma faccio come mi pare".
 


Dentro il vagone, pieno al 70 per cento, tutto come sempre: c'è quello che urla al telefono, quello che non disattiva la suoneria e la tiene a tutto volume, quello che fa il simpatico a tutti i costi con il collega, l'amico, il parente o quello che è. Vicino al mio posto, a distanza di sicurezza, c'è anche un 50-60enne con i bermuda verdi, roba che se non sei al mare e hai più di 15 anni, Conte i pantaloncini corti dovrebbe vietarli con un altro Dpcm. Io conto i minuti: sono a Bologna e da qui arrivare a Milano è (quasi) un attimo. Sto facendo gli esercizi zen per non farmi travolgere dall'emozione quando si aprirà la porta di casa. Mai stati così a lungo distanti. Mai, per certi versi, così vicini. Un'altra delle tante lezioni di questi mesi straordinari.

Ultimo aggiornamento: 16:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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