Cambiare le lire in euro? Perché “solo” in Italia non si può: dal decreto a sorpresa di Monti alla Germania che accetta ancora i marchi

Ancora in giro 2.500 miliardi di lire: Italia in fondo alla lista dei paesi europei per il periodo concesso per il cambio

Cambiare le lire in euro? Perché solo in Italia non si può più: dal decreto a sorpresa di Monti alla Germania che accetta ancora i marchi
di Paolo Ricci Bitti
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Venerdì 15 Settembre 2023, 13:54 - Ultimo aggiornamento: 15:04

Forse Giuseppe Antonio Bagnato, pensionato ex commissario di polizia di Roma, farà meglio a rassegnarsi perché è in pratica da escludere che quel tesoro 245 milioni e 218mila lire possa essere cambiato dalla Banca d'Italia negli equivalenti, centesimo più centesimo meno, 126mila euro. Quelle banconote erano nascoste  nell'appartamento del fratello morto nel 2018, ma ora sono destinate al macero. Che disdetta: fosse accaduta la stessa cosa a un suo cugino in Germania, in Irlanda o in Austria, quella notevole somma in pregiati marchi tedeschi, pesanti sterline irlandesi o all'epoca ambiti scellini austriaci sarebbe pronta per essere convertita nella valuta europea.

E pensare che si stima che le banconote in lire italiane ancora in giro (nascoste o dimenticate chissà dove) siano 300 milioni, equivalenti a un valore di 2.500 miliardi di lire, ossia circa un miliardo e 300 milioni di euro. Le monete sarebbero invece pari ad un valore di circa 800 miliardi di lire. 

Somme favolose che spiegano almeno in parte la corsa che i governi italiani attuarono per evitare di sborsare euro.

Come vedete nella tabella sotto, fra i paesi con l'economia più corposa l'Italia fissò in 10 anni (dal 2002, quando cominciò l'epopea dell'euro, al 2012) il periodo in cui continuare ad accettare la vecchia valuta. E già qui quei 10 anni stridono con "nessuna scadenza" di Germania e Irlanda o con i 20 anni del Belgio. E' che poi quei dieci anni in scadenza il 28 febbraio 2012  vennero di fatto bruscamente decurtati il 6 dicembre del 2011 (governo Monti) con il decreto legge 201 (articolo 26, erano i tempi delle disposizioni urgenti per la salvaguardia dei conti pubblici): per cambiare da quel giorno in poi fino alla fine di febbraio 2012 era necessario ottenere un "permesso" della Banca d'Italia. Era obbligatorio, in altre parole, comunicare alla Banca d'Italia che si intendeva cambiare la tal somma di lire in euro, comunicazione con Pec (posta elettronica certificata, all'epoca davvero una cosa per pochi) e con raccomandata. Non bastava più, insomma, presentarsi agli sportelli della Banca d'Italia con le lire. 

L'articolo 26

Il testo dell'articolo 26 del decreto 201/2011 che prese tanti in contropiede. Prescrizione anticipata delle lire in circolazione: in deroga (...) le banconote, i biglietti e le monete in lire ancora in circolazione si prescrivono a favore dell'Erario con decorrenza  immediata  e il relativo controvalore è versato all'entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato al Fondo ammortamento dei titoli di Stato. 

L'esperto

«In tanti - ricorda Gerardo Vendemia, esperto di circolazione monetaria - restarono bruciati. Non è il caso di questi giorni ovvero di chi non è conoscenza dell'esistenza di lire nelle pertinenze di famiglia, ma di vaste categorie che nel 2011 continuavano ad accettare lire in pagamento. Spiego meglio: per tanti non era facile andare nelle sedi della Banca d'Italia che sono solo 39. Immaginate un pensionato in un piccolo paese di provincia. Così molti negozianti, ad esempio, continuavano ad accettare lire e di tanto in tanto, quando la somma valeva il viaggio, andavano a cambiarle. Tutte queste persone sapevano che avevano fino al 28 febbraio del 2012 per fare questa operazione e quindi magari erano state accumulate somme notevoli. Poi però quel decreto che di fatto anticipava i termini e complicava le procedure causò notevoli problemi. Non mancarono, naturalmente, le proteste».   

La procedura prevedeva che la richiesta per il cambio fosse "cartacea con sottoscrizione o tramite PEC o
tramite e-mail. Alla richiesta scritta è equiparata la dichiarazione di impossibilità di effettuare il cambio rilasciata da una Filiale della Banca d'Italia tra il 6 dicembre 2011 e il 28 febbraio 2012, purché sottoscritta da parte del personale dell'Istituto".

(dal sito della Banca centrale europea)

Le proteste

«Dopo un'ondata di proteste e di ricorsi, fatto sta - continua Vendemia - che Il 7 ottobre 2015 la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della norma, nella parte in cui disponeva l'anticipazione della prescrizione delle lire rispetto al termine originario. Epperò ormai le lire erano spacciate: il 21 gennaio 2016 il ministero dell’Economia, nel dare esecuzione alla sentenza della Consulta, ha previsto l’onere, a carico del soggetto che richiede la conversione, di dimostrare di aver presentato con raccomandata la richiesta di cambio delle lire tra il 6 dicembre 2011 e il 28 febbraio 2012, specificandone l’importo. E in quanti potevano disporre di quella richiesta. Infatti le operazioni di cambio eseguite nel periodo 22 gennaio 2016 - 31 marzo 2023 sono state solo 267, per un importo di circa 2 miliardi e 700mila euro». 

Gerardo Vendemia

I risparmiatori

«La Francia, che pure aveva fissato un termine di 10 anni come l'Italia, non ha cambiato scenario fino alla scadenza prevista del termine  e così nessuno può dire di essere stato preso in contropiede. La Spagna - chiude Vendemia - ha stabilito 20 anni, l'Olanda 30 anni, la Germania, dico la Germania, non ha messo scadenze. La rigidità italiana ha così colpito una delle caratteristiche più virtuose riconosciute ai cittadini del nostro paese: la capacità di risparmiare. Che poi quei risparmi non fossero tutti affidati alle banche è un altro discorso. E allora continueranno a saltare fuori tesori e tesoretti in lire destinate purtroppo al macero».

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