Shahad Ameen, la giovane regista saudita che sfida il patriarcato con la macchina da presa

Lunedì 2 Dicembre 2019 di Elena Panarella e Rossella Fabiani
Shahad Ameen è una dei nuovi talenti cinematografici più brillanti dell’Arabia Saudita. Il suo film d’esordio, “Scales”, è stato presentato con grande successo anche al Festival internazionale del cinema del Cairo. E non è poca cosa. Shahad Ameen è riuscita a diventare regista in un Paese in cui non esistono scuole d’arte e il primo cinema è stato aperto da poco. Essere donna nel più conservatore dei paesi arabi vuol dire partire già da una situazione di svantaggio nella vita. E se si è appena trentenni, nubili e con aspirazioni artistiche allora la situazione è ancora più difficile.

Un’altra testimonianza, dunque, sulla strada dell’emancipazione femminile, a pochi mesi dal primo evento internazionale legato alla settima arte - il Red Sea Film Festival – che si terrà nel marzo 2020 proprio a Gedda, la città natale della giovane cineasta. “Scales” è un film in bianco e nero che racconta la storia di una giovane ragazza, Hayat, che sfida il patriarcato nella sua remota comunità di pescatori. L’astro nascente del cinema saudita, Baseema Hajjar, interpreta l’eroina tredicenne che cresce in un villaggio dove la tradizione impone a ogni famiglia di dare la figlia primogenita al mare al largo delle sue coste. Il villaggio vive di carne di sirene catturate da una squadra di pescatori interamente maschile. 

Ameen, ha attinto dalle sue esperienze nella società conservatrice dell’Arabia Saudita e dal senso di sentirsi “un cittadino di seconda classe” da bambina e da adolescente. Abbiamo incontrato la talentuosa e giovane regista durante il festival che si è concluso da poco al Cairo. «Naturalmente c’è molto simbolismo nel film. L’atto di gettare le ragazze in acqua proviene da una tradizione pre-islamica. Volevo mostrare come le ragazze sono meno considerate rispetto ai ragazzi. Quando crescevamo, io e le mie amiche dicevamo che avremmo voluto essere ragazzi perché ai ragazzi era permesso uscire, divertirsi, viaggiare per il mondo. Ora, quando ne parliamo, pensiamo che sia ridicolo, ma al momento era così che ci siamo sentite.

Abbiamo provato a discuterne in classe a scuola ma è difficile difendere e rimanere fedeli al tuo punto di vista quando sei in una cultura che dice che non sei abbastanza bravo. Volevo raccontare come la pressione di essere una ragazza nella società saudita possa in qualche modo rovinare l’idea di essere una donna per te in futuro. Questa è stata la mia storia. Ma sentivo che non ero solo io. In tante da bambine volevamo essere dei ragazzi. Poi crescendo ho capito che volevo essere una donna. Devi disimparare molte cose che ti hanno insegnato su di te, sul tuo corpo. Per trovare la pace. E volevo raccontare quella storia. Per me questo è il viaggio di Hayat. Trovare quella pace. Trovando quella forza in lei, che non si rendeva conto di avere». “Scales” è stato in concorso al festival del Cairo nella sezione Orizzonti del cinema arabo insieme ad altri undici titoli tra i quali “Son” del tunisino Mehdi M. Barsaoui, il documentario libanese di Elie Kamal “Beirut Terminus” e “Haifa Street” del regista iracheno Mohanad Hayal, tutti premiati.

Ameen, nata a Gedda - da padre generale oggi pensione e mamma casalinga che ora si occupa di mercato immobiliare - ha iniziato la sua carriera nel cinema mentre studiava produzione video all’Università di West London nel Regno Unito, dieci anni prima che l’Arabia Saudita revocasse il divieto del cinema, all’inizio del 2018, come parte delle riforme che oggi permettono anche alle donne di guidare. Nei suoi primi cortometraggi, “Leila’s Window” (2011) e “Eye & Mermaid” (2013), Ameen aveva già iniziato a sfidare lo status quo della società in cui è cresciuta. “Leila’s Window” parla di una ragazza che si sente distaccata dalla sua famiglia, mentre “Eye & Mermaid” segue una bambina di dieci anni che è scioccata nello scoprire che le perle che suo padre riporta dalle sue battute di pesca notturne vengono violentemente estratte dalle sirene.

«Volevo raccontare la storia delle donne che decidono di prendere un’altra strada, dei pregiudizi che ancora oggi sono costrette a subire. È una storia universale sulla rottura con la tradizione e la scelta di una vita diversa. Ho molto rispetto per la mia cultura, il modo in cui i miei genitori mi hanno cresciuto e il modo in cui vivevano i miei nonni. Ma ho anche molto rispetto per il cambiamento». Il film, bellissimo, è una coproduzione tra Arabia Saudita, Emirati Arabi e Iraq prodotto da Film Solution, Imagenation Abu Dhabi FZ e The Imaginarium. 
«Mi ci sono voluti circa due anni e mezzo per elaborare una sceneggiatura solida. Imagenation ha organizzato diversi incontri per lavorare sulla sceneggiatura e Stephen Strachan (uno dei produttori) e io ci abbiamo lavorato per quasi un anno e mezzo. Un’altra sfida è stata trovare un paesaggio arido e ultraterreno in cui girare il film». Ameen ha preso in considerazione diversi luoghi, tra cui le isole Farasan del Mar Rosso saudita e la costa giordana intorno alla località di Aqaba. «Il primo era troppo verde, l’altro non abbastanza remoto. Imagenation stava persino suggerendo la Thailandia a un certo punto». Alla fine la scelta è caduta su un remoto villaggio di pescatori di Kumzar, nel nord dell’Oman, a due ore e mezza di auto a nord di Dubai attraverso l’Emirato di Ras Al Khaimah.

«È un luogo fuori dal mondo con una ricca cultura in cui i locali parlano un dialetto speciale che mescola arabo, persiano, indiano e un po’ di portoghese perché è stato occupato dai portoghesi. Le persone sono estremamente ospitali e indossano abiti molto colorati. Un posto perfetto per raccontare la mia storia senza tempo perché potrebbe accadere in qualsiasi momento e, davvero, in qualsiasi luogo. In Europa o negli Stati Uniti i pregiudizi contro le donne sono più nascosti. Ma, credimi, ci sono. E volevo che il film avesse la mia identità. Adoro i pezzi d’epoca. Volevo che fosse come la poesia che mi piace. Quando leggo la poesia araba ho sempre la sensazione che abbia la nostra identità e la nostra voce. Ma quando guardo i nostri film mi sembra che non abbiamo creato una voce visiva molto forte. Volevo provare a farlo. Non mi interessa l’azione. La mia storia è una storia di contemplazione; di meditazione. Volevo davvero che avesse questa chiara identità visiva diversa». Ora la giovane regista sta lavorando a un secondo lungometraggio che vorrebbe girare a Gedda, la sua città natale. È la storia di una ragazza che osserva la società attraverso la reazione della sua famiglia alla scomparsa della sorella maggiore. Per Ameen, Gedda è diventata viva in seguito alla revoca del divieto alla guida delle donne, nonché al cinema, allo spettacolo dal vivo e ad altre forme di arte e cultura. «Ho girato uno spot lì di recente e per la prima volta non ero nervosa durante le riprese in strada e non mi dovevo guardare costantemente alle spalle. Eravamo una società in bianco e nero, ma ora per strada ci sono i colori».

Dopo il Cairo, il film “Scales” potrebbe essere proiettato nella città d’origine della giovane regista durante la prima edizione del Red Sea Film Festival. «Lo desidero con tutto il cuore, avrebbe un significato speciale parlare alla mia comunità». Il tempo non sembra passare invano da quando la prima donna saudita regista, Haifaa Al-Mansour - che ha partecipato anche a Venezia con “The perfect candidate” - durante le riprese del suo primo film, “La bicicletta verde”, doveva dirigere il set chiusa in un camioncino per evitare ritorsioni. Ma per Ameen non è stato così: «Quando ero per strada sui set delle pubblicità ho sempre ricevuto rispetto, anche se a volte la polizia mi fermava per chiedere i permessi delle riprese. Il mio augurio alle donne saudite è che possano fare quello che vogliono e soprattutto smettano di difendere una cultura maschilista che non difende loro».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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