Stefanini (ASviS): welfare razionalizzato per non disattendere il futuro

Lunedì 19 Aprile 2021
Stefanini (ASviS): welfare razionalizzato per non disattendere il futuro

Intervista a Pierluigi Stefanini presidente ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile). Quale futuro per il welfare, tra vecchie lacune e nuovi obiettivi europei

In una sua recente dichiarazione ha parlato della necessità di una riforma organica del welfare. Il welfare italiano non è forse pronto per le sfide richieste dal Pnrr e dall’Agenda 2030?

Il welfare italiano soffre purtroppo di una eccessiva frammentazione degli interventi e di una loro rapida evoluzione. Basta vedere il caso del Reddito di Cittadinanza, che ha soppiantato il Reddito di Inclusione, il quale a sua volta poteva rimpiazzare il Sostegno per l’Inclusione Attiva e così via dicendo. Ognuno di questi cambiamenti è stato indotto da un mutamento della situazione politica, senza considerazioni sull’efficacia degli strumenti. Il welfare andrebbe razionalizzato, analizzando i punti su cui intervenire (povertà reddituale, carenze abitative, non accesso ai servizi di base, povertà alimentare ecc.) e creando strumenti operanti in sintonia l’uno con l’altro. Una volta fatto ciò, bisognerebbe predisporre un meccanismo di valutazione, dotandosi di target e indicatori su un periodo di tempo pre-definito (tre anni, ad esempio) e alla luce delle osservazioni fatte operare i necessari aggiustamenti. È un’operazione complessa, specie per quanto riguarda la definizione dei target, ma riteniamo che vada fatta sia per razionalizzare le spese, sia per aumentare le coperture, coinvolgendo tanti che attualmente non sono tutelati. I Goal dell’Agenda 2030 offrono un buon quadro di riferimento su quali obiettivi andrebbero perseguiti.

Quanto dovrebbe durare il blocco dei licenziamenti affinché non pesi ulteriormente sul blocco del tasso di occupazione? Secondo i vostri dati siamo fermi al 2019 con il 63,5% e entro il 2030 dovremmo raggiungere il 73,2% nel tasso di occupazione…

Il problema dell’occupazione è centrale per il conseguimento dell’Agenda 2030, che dedica al tema l’obiettivo 8. È importante ricordare che l’occupazione non basta in sé, ma deve essere di buona qualità, deve cioè permettere di vivere dignitosamente, rispettando standard e regole minime. Nel nostro Paese, oltre ad avere un livello di occupazione basso rispetto agli obiettivi fissati, soffriamo da anni squilibri, sia al livello territoriale che demografico: le regioni del Sud, le donne e i giovani sono le categorie sulle quali registriamo i maggiori ritardi e sui quali si sono ripercossi gli effetti peggiori della crisi economica e di quella innescata dalla pandemia. Sul blocco dei licenziamenti, come scritto nel più recente Rapporto sulla Legge di Bilancio, non potendo immaginare la sua esistenza infinita, sarebbe apprezzabile un intervento, urgente e deciso, sia per sostenere i lavoratori che perderanno il posto al termine del periodo “scudato”, sia a favore delle imprese, che saranno uno dei perni della ripresa dell’economia. Questo potrebbe passare attraverso un potenziamento delle politiche attive del lavoro ed un rafforzamento della formazione per sostenere la giusta transizione e per favorire una maggiore mobilità dei lavoratori nel mercato del lavoro, anche attraverso un patto tra imprese e istituzioni che collochi la formazione non a valle dei licenziamenti ma durante tutta la vita lavorativa.

Nel nostro Paese la percentuale di Neet tra i 15 e i 24 anni ha raggiunto il 20,7% nel secondo trimestre del 2020. I giovani di quali misure welfare avrebbero bisogno per acquisire fiducia in un futuro che sia per loro sostenibile?

La situazione dell’Italia in questo riguardo è estremamente preoccupante. Secondo l’Agenda 2030, già entro il 2020 il numero di NEET doveva diminuire significativamente e così non è stato. Non si può pensare esclusivamente in termini di welfare, e non si può pensare solo ai giovani fino ai 24 anni. Bisogna affrontare tre grandi temi: la formazione, a partire dalle scuole, dai licei e dagli istituti professionali, che devono offrire alle giovani e ai giovani gli strumenti necessari per orientare le proprie scelte nell’età più cruciale e indirizzare verso la formazione terziaria più appropriata; le politiche attive del lavoro, che devono rispondere sia alle domande del mercato che del territorio; e la formazione permanente, perché non si può pensare che un giovane formato oggi abbia le competenze che gli serviranno tra venti o trent’anni. Questa è una sfida importantissima, che può essere vinta sia con l’aiuto del settore privato, sia con una efficace uso delle risorse del Next Generation EU. Il PNRR tratta i giovani come tema trasversale, ci auguriamo abbiano adeguata considerazione nei progetti del Piano.

Cosa pensa dell’outsourcing? Gioie e dolori di uno stato sempre più esternalizzato.

L’esternalizzazione è un problema quando diventa un riflesso automatico, quando cioè un’organizzazione, che sia la PA o un’azienda, non ritiene di poter svolgere certe funzioni a priori. In molti casi in Italia dovremmo ripensare a questo automatismo, e ricominciare a costruire le competenze. Questo non vuol dire demonizzare l’esperienza esterna, che anzi in certi settori, come quelli delle certificazioni, è necessaria, ma dotarci degli strumenti perché diventi una scelta e non sia un obbligo. Pensando alla PA, ci sarebbero molti spazi in cui migliorare i processi, prendendo spunto da come operano altri Paesi che sono avanti a noi per quanto riguarda velocità ed efficienza delle pratiche e impatto dei costi della burocrazia.

Innovazione e digitalizzazione, in che modo dovrebbero essere implementate sia per il benessere delle persone che per quello delle aziende?

Noi ci troviamo nel pieno della quarta rivoluzione industriale. Il mondo sta cambiando e questi sono fenomeni in larga parte al di fuori del controllo degli stati o dei governi. Quello che andrebbe fatto sarebbe un’analisi degli impatti sulle persone. Sappiamo che la digitalizzazione permette alle persone di essere collegate come mai prima d’ora, e ha permesso a tantissimi di noi di continuare a lavorare durante questa pandemia. Tuttavia, la raccolta di questa mole di dati comporta rischi per quanto riguarda la privacy. Allo stesso modo, le aziende rischiano di non beneficiare dell’innovazione tecnologica se non hanno a disposizione le necessarie infrastrutture. Non è un caso che l’Unione Europea ha stipulato che il 20 per cento delle risorse del Next generation EU vada destinato alla transizione digitale: queste risorse dovranno potenziare le infrastrutture per sostenere le trasformazioni in atto, e tutelare chi rischia di subirne gli effetti, inclusi licenziamenti e rischi di attacchi cibernetici.

Quale sarà il futuro del welfare integrato?

Il futuro welfare dovrà avere al centro la persona, e tutti i suoi bisogni, che non possono essere considerati esclusivamente economici. La pensione più generosa del mondo serve a poco se uno è ammalato e non ci sono strutture sanitarie disponibili. Dobbiamo quindi rivedere in un’ottica integrata i servizi, analizzandone l’effettiva corrispondenza ai bisogni dei cittadini e alla distribuzione degli stessi sul territorio. Inoltre, dobbiamo tenere conto delle esigenze del nostro Paese, in cui la popolazione in età lavorativa diminuirà, mentre vivremo sempre più a lungo. Le decisioni che prenderemo ora in merito avranno impatti profondissimi sulla vita delle generazioni future, e non possiamo disattendere le loro aspirazioni.

Lucia Medri

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Ultimo aggiornamento: 28 Aprile, 09:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA