Vittorio Emanuele Parsi
Vittorio Emanuele Parsi

Scenari mondiali/ Quali obiettivi rimangono irraggiungibili per gli Usa

di Vittorio Emanuele Parsi
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Domenica 8 Novembre 2020, 23:53 - Ultimo aggiornamento: 23:59

Se vorrà riuscire a essere il presidente di tutti gli americani, come ha promesso, Joe Biden dovrà dimostrare di non essere «un uomo per tutte le stagioni». Le sfide che lo attendono sono talmente gigantesche che soltanto una leadership salda ed efficace potrà produrre la riunione sotto una sola bandiera di una nazione lacerata. Queste sfide si chiamano, rispettivamente: disintossicazione della società dal mix esplosivo di sovraeccitazione e bugie che hanno caratterizzato questa stagione; gestione responsabile della pandemia; riequilibrio “dell’economia dell’1%”; rilancio della leadership americana nel mondo.

L’effetto più devastante di quattro anni di presidenza Trump è stato aver legittimato e amplificato un clima di scontro permanente e di ridicolizzazione della verità. È la tossina peggiore che può essere inserita nel corpo di una democrazia, in grado di staccare la carne della società dallo scheletro delle sue istituzioni, come un botulismo della politica. Trump ne ha fatto un uso massiccio e crescente, a mano a mano che il dilettantismo e l’incompetenza della sua azione veniva amplificata dalla magnitudine dei problemi che non riusciva ad affrontare.
A una settimana dalle elezioni, il presidente in carica (e sconfitto) si ostina a contestare la legittimità del mandato del presidente eletto (perché vittorioso).

È l’ennesimo gesto di un uomo che ha sistematicamente anteposto i propri interessi personali a quelli delle istituzioni, della comunità e della Costituzione che aveva giurato solennemente di difendere. Ora Joe Biden dovrà dimostrare di saper rendere nuovamente potabili i pozzi avvelenati della democrazia. Dovrà essere capace di ristabilire il prestigio della verità e l’autorità dei fatti di fronte alla nebbia della calunnia, dell’insinuazione e della discordia che il suo predecessore ha alimentato.

Nell’affrontare il Covid-19 Trump ha dimostrato una colpevole negligenza e questo, quasi certamente, gli è costato la rielezione. Paradossalmente, in questo campo l’azione del nuovo presidente partirà avvantaggiata, tanto è stata negativa la gestione della pandemia da parte del suo predecessore. Già prendere più seriamente la minaccia marcherà la differenza, anche se ciò ovviamente non sarà sufficiente per sconfiggerla. 

L’impatto asimmetrico del Covid, che ha colpito i neri più dei bianchi e i poveri più dei ricchi, ha esasperato le diseguaglianze crescenti della società americana, che da almeno quarant’anni sta replicando il sentiero che, quasi un secolo fa, sfociò nella Grande Depressione. Decenni di “rivoluzione conservatrice” hanno finito col polarizzare culturalmente l’America, tra coste e pianure centrali, tra metropoli e campagne, lungo una frattura alimentata dalle superstizioni creazioniste e dalla diffidenza nei confronti della scienza tipiche della destra ultrareligiosa. È quel «pessimismo nostalgico politicizzato» di cui scrive Colin Crouch nel suo ultimo saggio, che non scompare certo con Donald Trump e che la durezza dei tempi che viviamo alimenta.

Biden dovrà dimostrare che proprio la tragica grandezza della sfida può esaltare le qualità di chi è chiamato a confrontarsi con essa. Come fecero Roosevelt e Johnson, capaci di cogliere la drammaticità dei tempi che si trovarono a vivere e di cambiare l’America: non limitandosi a contemplare le ragioni delle divisioni del passato, ma offrendo una visione per il futuro, con il New Deal e la Great Society. Entrambi presero sulle spalle un Paese diviso e piegato e lo traghettarono oltre. Perché era la sola cosa da fare, certo, ma anche perché lo seppero e lo vollero fare. Erano uomini “pragmatici”, che capirono che proprio il pragmatismo imponeva di fare scelte forti, “radicali”, perché un colpo di barra deciso è la sola possibilità per uscire dall’angolo morto e tornare al vento. 

Biden ha annunciato in un programma di interventi pubblici e di nuova regolamentazione dell’economia persino superiore a quelli presenti nel programma di Obama. È la sola rotta percorribile, per quanto ardua, affinché gli Stati Uniti possano tornare a essere il Paese leader delle democrazie. 

Le angosce che hanno gonfiato le vele di populismo e sovranismo rimangono tutte. E devono essere affrontate senza illudersi che un ritorno al passato sia la soluzione. Una globalizzazione meno selvaggia, un mercato più inclusivo ed equo, uno sviluppo più attento alla salvaguardia del pianeta, una società che non mortifichi qualità e aspirazioni della sua metà femminile: sono tutti obiettivi più a portata di mano con l’America invece che senza l’America o contro l’America. Ecco perché la vittoria di Joe Biden è stata accolta con tanta soddisfazione da tutti i leader europei. 

Da sola non basterà a rimettere in carreggiata multilateralismo e internazionalismo liberale, né risolverà magicamente i problemi ambientali. Neppure cambierà la realtà di una crescita relativa del ruolo cinese nel mondo o delle tensioni esplosive del Medio Oriente: ma ci fa guadagnare tempo, ci fornisce rassicurazioni sul metodo e sulla responsabilità con cui Washington si muoverà nei prossimi quattro anni. Ci offre, in sintesi, maggiori speranze di successo.
 

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