Michel Martone
Michel Martone

Nuove tendenze/ L’incognita sul futuro e le scelte dei giovani

di Michel Martone
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Domenica 17 Aprile 2022, 00:02

Nel corso dell’ultimo mese in tanti hanno minimizzato il fenomeno della cosiddetta great resignation, ovvero le grandi dimissioni di massa che, secondo alcuni, in Italia avrebbero assunto una dimensione molto meno significativa che in negli Stati Uniti. Se non che, a ben vedere, a prescindere dalle sue dimensioni dietro a quel fenomeno c’è qualcosa di molto più profondo. C’è il malessere di un’intera generazione che avendo perso di vista il futuro non trova più senso nell’impegno presente per un lavoro troppo spesso a termine e malpagato.
Abbiamo inquinato l’ambiente, consumato tanto, riempito mari di plastica, accettato supinamente lo scioglimento dei ghiacciai, tollerato che l’inquinamento raggiungesse livelli mai conosciuti prima, per infine tornare a parlare di terza guerra mondiale, e ora ci stupiamo se i nostri figli hanno perso la voglia di tornare sui luoghi di lavoro a timbrare il cartellino, sotto gli ordini ed il rigido controllo di superiori gerarchici che, troppo spesso, rispondono esclusivamente alla cieca logica dei mercati finanziari.
La verità è che i nostri figli e nipoti, che sono molto più intelligenti di quanto non ci faccia comodo credere, hanno capito che se viene meno il futuro non ha senso invecchiare facendo lavori ripetitivi e malpagati, che ben presto potranno essere svolti dai robot. 


Perché se è indubbio che la tipologia novecentesca del lavoro subordinato, quella secondo la quale il lavoratore deve obbedire agli ordini ma non risponde del risultato, gli garantiva la sicurezza di una retribuzione, che in molti casi significava l’avverarsi del grande sogno borghese della casa di proprietà, è altrettanto indubbio che quando viene meno quel sogno e non si è premiati per il risultato del proprio lavoro, è facile perdere il senso del proprio impegno.
Così, per le nuove generazioni, su tutte i millennial, si è drammaticamente scisso il rapporto tra lavoro subordinato e felicità. 
Come dimostrano ogni anno la fuga all’estero di decine di migliaia di giovani, la progressiva riduzione dei tassi di natalità, o ancora il drammatico shortage di manodopera per le nostre imprese, basti pensare che nel momento in cui deve partire il PNRR mancano 200 mila lavoratori nel settore edilizio.
Si tratta della lucida e silenziosa rivolta dei figli contro i padri, che diviene evidente sui luoghi di lavoro dove, se i boomers, come le cavallette, hanno occupato tutti i posti di potere facendo carriera per anzianità, i millennial li stanno lasciando soli perché, perso di vista quel futuro che dà senso all’impegno presente, preferiscono rinunciare ad un contratto di lavoro subordinato che non consente di contrarre un mutuo e purtroppo, molto spesso, neanche di affittare un appartamento. Tanti generali ma sempre meno soldati disposti ad accettare un lavoro che non responsabilizza rispetto al risultato e non offre alcuna realizzazione. E’ questa la vera divisione che sta attraversando le imprese, tra una generazione che nelle fabbriche ha pensato di poter costruire la modernità obbedendo ciecamente agli ordini della classe dirigente, e così ha consumato gran parte delle risorse del pianeta, e i loro figli che, abituati alla pronta gratificazione di un like sui social, cercano un lavoro che se non riempie l’esistenza si traduce almeno in un risultato che soddisfa nell’immediato. 


Così si spiega la crescente predilezione dei giovani per il lavoro da remoto, la diffusione della microimprenditorialità, la mitologia delle start-up, come la crisi dei sindacati, la pretesa di tanti ragazzi di non fare i lavoretti che hanno fatto i genitori, ma anche la loro crescente disponibilità a cambiare occupazione, in molti casi Paese, e persino modelli di vita, come ad esempio dimostra il ripopolamento dei borghi nel corso della pandemia. 
Per questo è facile concludere che nel mondo post pandemico, con ogni probabilità, avranno successo e si affermeranno sempre più spesso le organizzazioni che, invece di tentare di ripristinare antiche gerarchie ormai superate dai tempi, saranno in grado di riconoscere e premiare, al posto della cieca obbedienza, i risultati del lavoro ben fatto, quello che è necessario per creare cose nuove in mondi diversi, dove si gestiscono dati, algoritmi ed idee che inquinano meno e includono di più.

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