Romano Prodi
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Equilibrio fragile/ L’esercito europeo e il ruolo guida della Francia

di Romano Prodi
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Domenica 3 Ottobre 2021, 00:22 - Ultimo aggiornamento: 21:48

Anche se i complicati negoziati per la formazione del governo tedesco lasciano un filo di incertezza sui futuri svolgimenti del NextGenerationEU, è tuttavia certo che la politica economica europea ha compiuto un passo in avanti che avrà comunque una grande portata positiva per il futuro dell’Unione.
Il mutamento della politica tedesca è certamente dovuto alla pressione di Francia, Italia e Spagna, che si è sommato ad eventi non previsti, come la tempesta del Covid e la Brexit. A questo si aggiunge il fatto che la Germania, di fronte a colossi come Cina e Stati Uniti, ha preso atto che i suoi futuri obiettivi economici possono essere raggiunti solo integrando le proprie forze con quelle degli altri Paesi europei. La Germania si è resa finalmente conto che il proprio interesse coincide con l’interesse comune.


Un’analoga consapevolezza non è ancora nata nella politica estera e della difesa, un settore molto più delicato, ma indispensabile perché l’Europa abbia un posto nell’attuale quadro mondiale.
Nel campo militare il motore trainante non è la Germania, ma la Francia. Questo per un duplice ordine di ragioni. In primo luogo la Francia è l’unico membro dell’Unione a disporre di un armamento nucleare e ad avere il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

In secondo luogo è il solo Paese europeo ad esercitare una presenza militare in tutti i punti cardinali del pianeta, dall’Africa all’America del Sud, dalle isole del Pacifico ai Caraibi. Per questo motivo la Francia si considera una potenza mondiale, con una visibile irritazione nei confronti degli Stati Uniti che la confinano invece in un ruolo unicamente regionale. Una politica a livello globale comporta tuttavia uno sforzo impossibile da sostenere a lungo con le forze di un solo Stato europeo, anche se dotato di un esercito di livello invidiabile e giustamente orgoglioso del proprio passato. A supporto di questa affermazione ricordiamo prima di tutto il caso della Libia dove, nonostante il grande impegno militare francese nella guerra contro Gheddafi, sono ora Russia e Turchia a spartirsi il controllo del Paese. Più recenti sono le difficoltà sorte nell’intera area del Sahel e, soprattutto, nel Mali. In questo Paese l’esercito francese è da tempo pesantemente impegnato a combattere i terroristi venuti dal nord, terroristi resi più forti proprio dagli armamenti razziati dagli arsenali di Gheddafi.

Quando, recentemente, il presidente Macron ha manifestato l’intenzione di fare rientrare in patria una parte delle truppe impiegate nel Sahel, il Primo ministro maliano non solo ha reagito violentemente accusando la Francia di abbandonare in modo affrettato il Mali, ma ha addirittura iniziato le trattative per sostituire la parte mancante del contingente francese con i mercenari russi della società Wagner, che già da tempo opera in Libia. Da ultimo, anche se si tratta di un episodio di natura diversa, gli Stati Uniti, insieme alla Gran Bretagna, hanno sostituito la Francia nella importantissima fornitura di sottomarini all’Australia, quando ormai la commessa sembrava essere stata definitivamente assegnata ai cantieri navali francesi.

Si tratta di esempi che dimostrano come anche il Paese che possiede il più efficiente esercito del’Unione Europea non può da solo fare fronte ad impegni militari globali e non ha nemmeno la forza sufficiente per difendere i precari equilibri esistenti nell’area mediterranea. Sono perfettamente consapevole che la politica e l’opinione pubblica francese non sembrano oggi disponibili a condividere i punti di forza che la Francia possiede nel campo politico e militare, con il diritto di veto all’Onu e il possesso dell’armamento nucleare. Penso invece che questa condivisione renderebbe la Francia più forte, e ritengo che sia indispensabile riflettere sui passi che si possono compiere per garantire all’Europa, e quindi anche alla Francia, un ruolo politico che oggi non si è in grado di ricoprire nemmeno nel Mediterraneo. È venuto il momento di non fare riferimento solo alle glorie del passato ma di agire concretamente per preparare il futuro, accordandoci su un nocciolo di interessi vitali comuni, base di una politica estera condivisa. Senza una politica comune anche il più efficiente apparato militare non serve a nulla. I tragici eventi recenti, dalla Siria alla Libia, mostrano che, se non uniamo forze e destini, la nostra debolezza ci porterà ad un punto di non ritorno. Nella vita di tutti i Paesi esistono momenti di rapidissimo cambiamento nella strategia e nella politica, momenti che bisogna saper cogliere se non si vuole essere lasciati indietro dalla storia.

Sessant’anni fa il generale De Gaulle seppe comprenderlo e, nonostante una fortissima opposizione di tutta la “Francia profonda”, chiuse la vicenda algerina in modo da consentire a Parigi di mantenere a lungo la sua influenza nel mondo islamico. Mi rendo ovviamente conto che, in presenza del voto all’unanimità, sia oggi ben difficile pensare ad una rapida creazione di un esercito europeo, ma sono ancora più convinto che, se pensiamo al futuro, gli interessi vitali di Francia, Italia e Spagna (per non parlare degli altri Stati del Mediterraneo) siano sostanzialmente identici, e sia quindi venuto il momento di intensificare i necessari rapporti di collaborazione con gli altri Paesi. La realtà ci dice però che, nonostante i crescenti momenti di collaborazione tra molti dei Paesi dell’Unione Europea, ci troviamo impreparati di fronte agli eventi che stanno accadendo nel mondo. È quindi venuto il momento di trarne le dovute conseguenze per non essere poi costretti ad agire quando sarà ormai troppo tardi.

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