Paolo Pombeni

In caso di rimpasto/ Gli staff dei dicasteri, veri “garanti” del Recovery

di Paolo Pombeni
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Mercoledì 19 Gennaio 2022, 23:57

Nel garbuglio più o meno istituzionale che si prospetta in concomitanza con l’elezione del successore di Mattarella c’è una questione niente affatto secondaria che viene sollevata: che succede al governo dopo quella scelta? Tutti sanno che si intrecciano due tematiche: non solo la possibilità che Draghi venga eletto Presidente della Repubblica, ma anche la montante voglia dei partiti di tornare ad avere un governo più “politico”. 

Nel caso dell’ascesa al Colle dell’attuale premier la fine del governo sarebbe automatica, perché se si dimette il presidente, come sarà obbligato a fare in quel caso, cade l’intero esecutivo. Più complicata la situazione se il nuovo presidente non fosse Draghi. La prassi è che in caso di rinnovo dell’inquilino del Quirinale il governo presenti dimissioni che si ritengono “di cortesia” e che vengono subito respinte. Solo quasi all’inizio della nostra storia repubblicana si presentò una diatriba sulla questione. Quando nel 1955 venne eletto Gronchi, egli ritenne che il presidente del Consiglio di allora, Mario Scelba, dovesse dimettersi davvero: non lo amava e voleva un ministero con un equilibrio politico diverso dal centrismo sbilanciato a destra. Scelba resistette dal dare le dimissioni, finché non si stabilì che appunto si sarebbe trattato di dimissioni di cortesia e il governo continuò nella sua composizione. Dopo di allora la questione non si è più posta.

Nel caso attuale per cambiare l’esecutivo in carica sarebbe necessaria una impostazione non facile. La prima è che il governo si dimettesse “davvero”, ma questo creerebbe certamente imbarazzi e contraccolpi soprattutto a livello di immagine interna ed internazionale. La seconda sarebbe quella di una “rimpasto” del governo attuale, meno impattante come immagine, ma non semplice da realizzare, perché supporrebbe che un certo numero di ministri si dimettessero di loro spontanea volontà. Un sacrificio arduo da chiedere, soprattutto perché finisce di implicare un giudizio più o meno negativo su coloro che devono lasciare.

Non parliamo di vaghe tecnicalità istituzionali. Su questi pur importanti passaggi sovrasta un’altra questione, se possibile ancora più spinosa: un cambio di governo, quale che sia la ragione per cui avviene, non metterebbe a rischio la famosa “messa a terra” del Pnrr? L’affermazione di Draghi in dicembre secondo cui un nuovo diverso esecutivo non avrebbe significato vanificare il lavoro che si era fatto sino ad allora, venne interpretata come una trovata retorica per agevolare un suo passaggio ad altro ruolo. Invece il premier aveva semplicemente fatto presente un fatto che è ben noto agli addetti ai lavori.

La realizzazione concreta delle politiche di intervento, specie di quelle di grande impegno come è nel caso del Pnrr, non è in mano ai ministri, ma alla struttura istituzionale dei ministeri. La vecchia formula per cui i ministri passano e i direttori generali (e i loro staff) restano viene troppo spesso intesa come un inno alla centralità delle burocrazie vere detentrici del potere a scapito della volontà della politica. Se questa degenerazione può esistere (ed è in vari casi è esistita), non è questa la razionalità dell’impianto. Operate le scelte politiche nei modi costituzionalmente previsti, deve esistere un “sistema” che prende in carico quanto deciso e lo porta a compimento a prescindere dalle variazioni per non dire dalle fibrillazioni che possono presentarsi nel corso del tempo necessario per realizzare le varie opere.

Se non esiste questo retroterra di “uffici” che sono in grado di gestire con continuità i compiti di governo, un paese diventa debole, per non dire di peggio. E’ curioso che questa qualità delle burocrazie venga lodata nel caso francese, britannico, tedesco, mentre in Italia tutto sia sottoposto al pregiudizio della loro inadeguatezza e soprattutto inaffidabilità per gli intrecci che si suppone abbiano con i politici di turno. Sarebbe sciocco non riconoscere che queste diffidenze abbiano le loro ragioni, ma lo è altrettanto farne non solo un metro di giudizio, ma uno strumento di delegittimazione del nostro sistema.

Draghi ha tutte le ragioni per dover dire che quanto è stato avviato può continuare a prescindere dal governo che eventualmente succederà al suo: se si pensa il contrario, possiamo stare sicuri che non solo non si riuscirà comunque a portare a termine un’impresa che dura sei anni (ben oltre una legislatura!), ma soprattutto che i nostri partner europei, i quali sono anche, sarebbe bene ricordarlo, i nostri creditori, non ci daranno nessuna fiducia e di conseguenza le tranche di finanziamento del Recovery saranno a rischio.

E’ più che probabile che i partiti, comunque vada la vicenda delle elezioni quirinalizie, chiedano in qualche modo di adeguare la fisionomia dell’esecutivo al nuovo quadro politico che si sarà così delineato, ancor più se si andasse ad un qualche accordo sul portare compimento la legislatura: questo implicherebbe infatti un adeguamento della rappresentanza governativa agli accordi di relativa stabilizzazione che si raggiungeranno (o, speriamo di no, alle nuove spaccature che si affermeranno). Ciò non deve però significare che si pensi di rimettere mano a quanto si è varato nel quadro del Pnrr: la pessima abitudine affermatasi negli ultimi decenni per cui ogni governo si adoperava più che altro a disfare e a cambiare quanto fatto dal precedente ha dato risultati molto poco soddisfacenti.

Si tenga dunque presente che la continuità degli apparati è un valore, a meno che non ci siano deviazioni al loro interno (nel qual caso non andranno solo corrette, ma andrà anche stabilito come e perché si sono realizzate). La politica serve a gestire la legittimazione dell’azione di governo che indirizza e sostiene il lavoro delle burocrazie, non a consentire la sperimentazione delle fantasie al potere che possono anche attirare voti e magari momentanei entusiasmi, ma che producono disastri.

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