Angelo Ciancarella

Giustizia e politica/ I mestieri degli altri e il rispetto tra istituzioni

di Angelo Ciancarella
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Giovedì 22 Settembre 2022, 00:04

La contesa sulla revoca della concessione autostradale abruzzese - discussa martedì scorso al Tar Lazio e sempre più ingarbugliata - sul piano istituzionale va ben oltre la pur rilevante questione economica e finanziaria, nonché di sicurezza e affidabilità di un servizio pubblico essenziale.
E’ piuttosto una questione che pone un tema che vale la pena di trattare, perché se ognuno fa male il proprio mestiere e tutti vogliono appropriarsi del mestiere degli altri, le promesse sul rispetto dei tempi per realizzare le opere del Pnrr e ridurre la durata dei processi si riveleranno pietose bugie. Oltre alle regole devono cambiare mentalità e comportamenti sia delle pubbliche amministrazioni che della giustizia amministrativa, nel rispetto delle competenze di ciascuno. E sarà illusoria la pretesa di abbattere i tempi dei ricorsi amministrativi collegati in qualunque modo al Pnrr, attraverso le disposizioni inserite - paradossalmente - nello stesso decreto sulla revoca della concessione.
Naturalmente qui non si discute se il «grave inadempimento» contestato alla Strada dei Parchi sia fondato o meno. Ma perché una concessione amministrativa è stata revocata per decreto-legge, anziché al termine di un iter a sua volta amministrativo? L’iter, ancorché lacunoso, si è concluso il 14 giugno con la proposta al ministro delle Infrastrutture di disporre la revoca. 

Il decreto (amministrativo) del ministro, che approva la proposta, è del 7 luglio: lo stesso giorno del decreto-legge che lo ha reso «immediatamente e definitivamente efficace», aggirando il visto e la registrazione della Corte dei conti.

Tra ministero delle Infrastrutture e Corte dei conti i rapporti sono tesi da un po’. In dicembre era stata sospesa la registrazione del decreto che intendeva adottare le Linee guida per la gestione del rischio, la sicurezza e il monitoraggio dei ponti, benché già da due anni il Tar Lazio le avesse sospese in via cautelare, su ricorso dell’Ordine degli Ingegneri di Roma. In marzo il ricorso è stato accolto, con l’annullamento di un paragrafo di poche righe. Il ministero ha ripetuto l’intero iter approvativo, concluso il 23 agosto scorso con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei decreti e delle Linee guida per i ponti e per le gallerie. Le nuove disposizioni (necessarie anche per le autostrade abruzzesi) sono previste da leggi originate dal crollo del Ponte Morandi e sono state inserite tra le riforme strutturali del Pnrr «per assicurarne l’omogenea applicazione all’intera rete autostradale».

Il nuovo viadotto genovese, iniziato un anno dopo il crollo, è stato costruito in un anno. L’adozione delle Linee guida, provvedimento essenziale per fare un ponte ma meno impegnativo della sua costruzione, ha richiesto un anno e mezzo di preparazione e due anni di attesa della sentenza del Tar, per adempiere alla quale è bastato cancellare 15 parole dal testo originario. Perché il ministero e il Consiglio superiore dei Lavori pubblici non lo hanno fatto spontaneamente, ben sapendo di aver torto (non è stato proposto appello)? A cosa serve il Consiglio superiore dei lavori pubblici se per correggersi aspetta l’ordine di un giudice amministrativo, meno esperto sulla specifica materia?

Produrre leggi e alimentare il contenzioso, anziché assicurare la buona amministrazione (articolo 97 Costituzione), sembra divenuta l’attività ordinaria dell’Esecutivo. Tuttavia non solo i governi preferiscono svolgere il mestiere altrui: lo fanno anche i giudici amministrativi, invece di limitarsi al controllo di legittimità degli atti e alla tutela degli interessi legittimi, quando siano lesi senza una buona ragione.
La vicenda abruzzese spiega bene la tendenza. In luglio il Tar Lazio ha sospeso la revoca della concessione considerando prevalenti, rispetto alle esigenze di sicurezza delle quali - ha detto - può ben occuparsi il commissario straordinario nominato da due anni, «il mantenimento dei livelli occupazionali» nonché gli «assetti economico-finanziari» della concessionaria e dell’intero gruppo, che hanno prospettato un grave pericolo di insolvenza.

Al Consiglio di Stato sono bastati due giorni per capovolgere decisione e motivazione, ravvisando piuttosto «le ragioni di periculum» nella soluzione prospettata dal Tar. A fine agosto, con più ampia motivazione, la sicurezza della circolazione e «il valore superiore della salute individuale e collettiva» sono stati ritenuti prevalenti rispetto ai rischi occupazionali o economico-finanziari (preesistenti).
Se i due gradi della giustizia amministrativa decidono e argomentano in modo opposto nel giro di pochi giorni, la procedura è salva ma l’affidamento nella giustizia evapora. Soprattutto: il diritto-dovere di bilanciare (con argomenti sostenibili, certo) esigenze di sicurezza, occupazionali ed economiche spetta al governo, non alla magistratura, la quale non deve sindacare le scelte discrezionali ma verificare il rispetto delle procedure e la congruità delle motivazioni.

Quanto questa deriva sia pericolosa e dove possa condurre lo ha ricordato pochi giorni fa Giuliano Amato, a conclusione del mandato di giudice e presidente della Corte costituzionale: le difficoltà del Parlamento «danno fiato alla tesi della giurisprudenza come fonte del diritto al pari della legislazione... Se c’è una strada che porta al caos istituzionale è proprio questa. Il rispetto dei limiti da parte di ciascuna istituzione è parte non rinunciabile dello stato di diritto: vale per il potere esecutivo come per il giudiziario».

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