Tra vitalizi e tagli/ Il Parlamento non diventi un costo da abbattere

Lunedì 29 Giugno 2020 di
A leggere le numerose dichiarazioni politiche di critica alla decisione della Commissione contenziosa del Senato che ha in parte annullato la deliberazione del Consiglio di Presidenza relativa ai cosiddetti vitalizi, si ha il dubbio che non sia stato nemmeno letto o compreso il dispositivo di questa sentenza.

La Commissione contenziosa, chiamata a giudicare i ricorsi degli interessati secondo diritto e non per impulso o obiettivo politico, ha tenuto presenti la sostanziale caratteristica pensionistica dell’assegno vitalizio, come tale considerato dalla Corte di cassazione, e la giurisprudenza della Corte costituzionale sui requisiti di legittimità della riduzione dei trattamenti pensionistici in godimento. Non è ammissibile rimuovere provvedimenti di liquidazione legittimamente adottati e sostituirli con nuovi criteri totalmente diversi ora per allora, tra l’altro con l’effetto di determinare sensibili riduzioni degli importi di minore entità, senza effetto invece su quelli di importo massimo. Inoltre, per un aspetto già ritenuto illegittimo dal Consiglio di giurisdizione della Camera dei Deputati, in assenza di qualsiasi criterio di temperamento per contenere le conseguenze più gravi del ricalcolo, con incidenza su esigenze essenziali della qualità della vita degli interessati.

La decisione della Commissione contenziosa non esclude affatto che possano essere deliberate dall’Ufficio di Presidenza, nel corretto esercizio della sua discrezionalità, modifiche che superino le criticità emerse e intervengano sul rapporto pensionistico, incidendo sul trattamento erogato, come del resto è avvenuto con legge per tutte le pensioni di rilevante entità.

Non sono mancate affermazioni per le quali i senatori componenti di questo collegio giudicante, del quale fanno parte anche due giuristi esterni liberi da vincoli o rapporti politici, avrebbero dovuto impedire questa decisione che è in contrasto con l’orientamento del gruppo parlamentare di appartenenza. Se così fosse, verrebbe meno la stessa legittimità della giurisdizione riservata ad organi interni delle Camere e non attribuita al giudice ordinario, giacché non sarebbe garantita la indipendenza e la imparzialità del Collegio giudicante, richiesta dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti umani.

Al di là degli aspetti giuridici, qualificare, come pure è avvenuto, il “vitalizio” o trattamento pensionistico goduto dagli ex parlamentari come un “malloppo” del quale con questa sentenza ci si è riappropriati, con l’uso di una espressione che, come si rileva in un buon dizionario della lingua italiana, nel gergo della malavita indica la refurtiva, rischia di assimilare alla “banda del buco”parlamentari che, eletti dai cittadini, hanno svolto per molti anni la loro funzione di rappresentanti della Nazione con competenza e dignità.

Da tutto ciò sembra affiorare inavvertitamente non tanto un atteggiamento “anti-casta”, ammissibile ed anzi da auspicare se intendesse superare ingiustificati privilegi, quanto piuttosto un atteggiamento anti-istituzionale, che ferisce in particolare la rappresentanza politica e il ruolo centrale del Parlamento, che rischia di essere considerato un costo ed un elemento di ritardo nelle decisioni politiche. 

Se ne colgono segnali nel rapporto tra il Parlamento e il Governo, che non solamente domina l’iniziativa legislativa, ma restringe anche il dinamismo parlamentare mediante decreti legge, maxi-emendamenti al limite della legittimità costituzionale, racchiudendo in un unico articolo centinaia di commi su materie disparate, voti di fiducia che limitano il dibattito e le convergenze che possono derivarne. Se ne può comprendere la ragione pratica nella necessità di avere tempi certi per le deliberazioni parlamentari sulle iniziative del Governo, ma a questa esigenza dovrebbe dare risposta il regolamento di ciascuna Camera.
Il rischio di incidere sul ruolo del Parlamento, e di darne l’immagine di un organo pletorico e poco funzionante, è ancor più rilevante nella prospettiva della riforma costituzionale, sottoposta con referendum al voto nel prossimo mese di settembre, che riduce drasticamente il numero dei senatori e dei deputati, senza alcuna visione di sistema. Anche da questa riforma affiora uno spirito anti-casta, che sembra identificare la rappresentanza politica come il luogo del privilegio, e rischia far considerare il Parlamento un costo da ridurre e non la proiezione elettiva del corpo elettorale che garantisce la democraticità delle istituzioni.
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