Luca Ricolfi
Luca Ricolfi

Dove porta la sterzata grillina a sinistra

Venerdì 10 Maggio 2019 di Luca Ricolfi
Un osservatore distratto delle vicende politiche italiane potrebbe anche stupirsi delle lodi che, improvvisamente, piovono dal mondo progressista sulla sindaca di Roma Virginia Raggi. Incapace e pasticciona fino a ieri, ora ricoperta di like grazie alla assegnazione di un alloggio a una famiglia rom bosniaca (nel quartiere romano di Casal Bruciato), a dispetto delle proteste degli abitanti. Così come potrebbe sorprendersi della freddezza, per non dire dell’irritazione, con cui Luigi Di Maio, solitamente schierato a difesa della Raggi, ha reagito alla scelta della sindaca di presenziare alla consegna dell’alloggio, in pieno stile Salvini.

In realtà non c’è da stupirsi più di tanto. Nelle stesse ore, a Torino, la sindaca Cinque Stelle (Chiara Appendino) e il governatore Pd del Piemonte (Sergio Chiamparino), mettevano a segno, in comune, un colpo “antifascista” con la presentazione di un esposto contro la casa editrice Altoforte e il suo editore (presenti al Salone del Libro), invitando i magistrati a «valutare se sussistano i presupposti per rilevare il reato di apologia di fascismo», e se le dichiarazioni dell’editore non abbiano infranto ben due leggi della Repubblica (la Scelba del 1952 e la Mancino del 1993). Mesto epilogo di una vicenda in cui le ragioni dell’antifascismo e quelle della libertà di opinione hanno finito per trovarsi su opposte sponde.

Si potrebbe pensare che questi due episodi di convergenza fra Cinque Stelle e mondo progressista siano isolati, e in definitiva frutto di circostanze particolari. Se però proviamo a ripercorrere con freddezza gli ultimi mesi, non è difficile accorgersi che non è così. I terreni su cui Cinque Stelle e Pd, o Cinque Stelle ed estrema sinistra, sono o si sono trovati in sintonia sono davvero tanti, e tutt’altro che marginali.

Sul tema della giustizia, innanzitutto. La caduta di Armando Siri, difeso dalla Lega ma abbandonato dai Cinque Stelle, è anche il risultato della convergenza del Pd sulle tesi giustizialiste di Di Maio. E persino nel caso del soccorso a Salvini per la vicenda della nave “Diciotti”, solo la necessità di salvare il governo ha impedito il formarsi di un asse Cinque Stelle – Pd: se anziché ricorrere alla solita farsa pilotata della consultazione della base, Di Maio avesse lasciato libertà di coscienza ai suoi parlamentari, è facile immaginare che avremmo assistito a una spaccatura del Parlamento, con una parte dei Cinque Stelle alleati con la sinistra e schierati a difesa dell’azione dei magistrati contro Salvini.

Non c’è solo la giustizia, però. Sull’economia, fin dall’inizio della legislatura è stato evidente che le differenze fra i programmi dei Cinque Stelle e quelli della sinistra sono davvero marginali, essenzialmente questioni di tempi e di grado. Potenziare il reddito di inclusione, il mantra del Pd nei primi mesi della legislatura, non è cosa diversissima da quel che Di Maio ha effettivamente fatto, ossia depotenziare il reddito di cittadinanza. Se i 2-3 miliardi di stanziamento del Pd vengono aumentati a 6 o 7, e i 15-16 miliardi dei Cinque Stelle vengono ridotti a 8-9, il risultato macroeconomico è più o meno il medesimo: parliamo in entrambi i casi di una misura assistenziale, che comunque – finché qualcuno non si decidesse a riorganizzare i centri per l’impiego – verrebbe gestita nella confusione e nella disorganizzazione. O qualcuno pensa che dove Di Maio pasticcia, Poletti avrebbe fatto faville?
Stesso discorso sul salario orario minimo, dove le differenze fra Pd e Cinque Stelle sono davvero marginali, e riguardano semmai i rapporti con la contrattazione collettiva.

Si potrebbe obiettare che almeno su un punto, l’Europa, sinistra e Cinque Stelle si muovono su lunghezze d’onda diverse. Forse è vero, almeno nelle intenzioni, ma persino su questo terreno i punti di contatto sono numerosi. L’estrema sinistra è da sempre schierata contro il rispetto del tetto del 3% e a favore di un incremento della spesa pubblica «per stimolare la domanda e rilanciare gli investimenti», come si sente ripetere ad nauseam. Sui temi dell’ecologia e dell’ambiente i Cinque Stelle sono indistinguibili dai Verdi, una delle forze progressiste che stanno rialzando la testa in Europa. Quanto ai temi del lavoro, l’ostilità alle riforme renziane (articolo 18 e Jobs Act), gradite all’estblishment europeo, accomuna l’estrema sinistra e una parte del Pd, specie dopo la svolta a sinistra impressa da Zingaretti.

Che dire, in conclusione? Forse semplicemente che, dopo il 26 maggio, dobbiamo prepararci, almeno in Italia, a un ritorno in grande stile del bipolarismo classico, ossia a una normale competizione fra centro-destra e centro-sinistra. E’ difficile, infatti, pensare che Salvini, che ora ha la metà dei parlamentari di Di Maio, non preferisca averne il doppio, e quindi non ci riporti abbastanza rapidamente al voto. Quanto ai Cinque Stelle, non riesco a immaginarli di nuovo al governo con un alleato che ne ha pianificato l’ecatombe parlamentare. Più facile, e tutto sommato più naturale, la strada di un’alleanza con il Pd e con l’estrema sinistra, che già oggi, specie sui temi del lavoro e del deficit, è più vicina ai Cinque Stelle che al Pd.

Fantapolitica? Forse sì, ma non dobbiamo dimenticare un particolare. Un lascito probabilmente duraturo di questa legislatura è stato l’invenzione, e la messa in pratica, della formula del “contratto” di governo. E’ un passaggio decisivo, perché certifica che per governare insieme non si è affatto obbligati ad essere alleati, a condividere idee e progetti generali, ad avere la medesima visione del mondo o del futuro del Paese. Basta scrivere su un foglio le cose che si vogliono fare insieme, ignorando tutto ciò su cui non si è d’accordo. 

E’ una visione agghiacciante della politica, perché equivale a pretendere di guidare una nave senza dire ai passeggeri qual è la destinazione. Però è la realtà. E stante questa realtà mi sento di prevedere che alla domanda «come fa il Pd ad allearsi con i Cinque Stelle?» verrà data la seguente risposta: se, grazie al contratto, hanno potuto governare insieme Salvini e Di Maio, che litigano su quasi tutto e sono uniti soltanto dalla comune ostilità ai vincoli europei, perché non possono govenare insieme Di Maio e Zingaretti, che su tanti temi hanno già mostrato di avere più o meno le stesse idee?
A margine: la mia è una previsione, non certo un auspicio. Ultimo aggiornamento: 00:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA