Alberto Brambilla

Il caro bollette/ Che cosa (non) si sta facendo per l'energia

di Alberto Brambilla
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Mercoledì 11 Maggio 2022, 00:01

In tema di energia, “l’Italia dei no” non si è mai convertita, nemmeno ora che il caro-bollette dovrebbe aver rivelato, soprattutto alle categorie meno protette, quanto effimere siano certe ideologie. Eppure, come se niente fosse ecco di nuovo i no al nucleare, no alle pale eoliche, no alle trivelle, no ai rigassificatori, e in ultimo no ai termovalorizzatori. Persino sul Tap, nonostante ogni giorno ringraziamo il cielo che sia partito, c’è ancora chi leva i cartelli del no.
È mortificante che una parte della politica, in perenne caccia al consenso a tutti i costi, anziché educare gli elettori dimostrando di conoscere davvero i problemi, non esiti a schierarsi con i no che provengono dalla pancia e dai “cattivi maestri”. Si potrà obiettare che l’Italia è in buona compagnia, visto che la Germania a lungo celebrata per la lungimiranza di Angela Merkel, si è poi rivelata alla mercé del petrolio russo come un qualunque paese subalterno. E tuttavia resta l’amarezza nel constatare quanta insipienza e mancanza di visione ha dominato i governi del passato, e ancor più quelli recenti. Eppure questa situazione era prevedibile, peraltro già sperimentata nella prima crisi energetica del 1973, molto più grave dell’attuale con razionamenti e targhe alterne fino al blocco totale del traffico. Ma era prevedibile anche nel 2008, quando Vladimir Putin invase la Georgia dopo che nel 1999 aveva scatenato la campagna cecena. Così come nel 2014 la “conquista” della Crimea e i finanziamenti ai separatisti del Donbass avrebbero dovuto dare la sveglia sulle reali intenzioni di Mosca. Eppure nulla è stato fatto. Anzi, l’import europeo di gas e petrolio dalla Russia si è addirittura impennato.

Cosa si sarebbe potuto fare è ormai noto; quello che ancora è nebuloso è cosa si dovrà fare. Al momento sono in campo due azioni politiche: la prima è quella spinta dai partiti del “consenso costi quel che costi” che ogni giorno perorano la causa dei sostegni più o meno a pioggia a favore di famiglie e persone con una lungimiranza propria di un lombrico. Finora abbiamo speso, per la miopia di cui sopra, 15 miliardi (a debito) senza aver prodotto nemmeno un KWH di energia pulita, e già l’ex premier Giuseppe Conte (per la verità, non è il solo) chiede un ulteriore scostamento di bilancio. La seconda azione è la caccia ai fornitori alternativi di gas che nella maggior parte dei casi sono in Paesi a basso tasso di democrazia e quindi spesso instabili. Nondimeno, è opera certamente meritoria e utile per disporre di energia subito in attesa di realizzare nostri impianti in casa o altrove, per i quali però occorrono molti mesi e comunque serve una progettualità che al momento non si intravede. Eppure, potremmo varare un grande piano basato sulle rinnovabili (eolico e fotovoltaico) e un domani sull’idrogeno come ipotizzato da Jeremy Rifkin nel suo magistrale “Economia all’idrogeno”, prodotto a livello domestico; un piano che peraltro sarebbe assai educativo per la popolazione e anche per gli imprenditori che oggi si dicono impossibilitati a proseguire con questi costi.

Come dare seguito al nostro suggerimento? Anzitutto se si vuole evitare un eccessivo surriscaldamento dei prezzi occorre che il governo preveda un piano che prolunghi temporalmente i bonus, unificandoli tutti al 65%, per i prossimi 6 anni, ricorrendo al fondo aggiuntivo al Pnrr che vale 30,6 miliardi. Poi, data la situazione e in vista dei potenziali problemi di riscaldamento per il prossimo inverno, si dovrebbe proporre da subito che:

a) per beneficiare di tutti i bonus in vigore oggi, è indispensabile soddisfare il requisito minimo di 2 KWH installati per unità immobiliare con bonus 65% sulla spesa, ammortizzabile in 4 anni o più in funzione della capacità fiscale dei soggetti;

b) per far questo è però necessario superare la strozzatura delle varie burocrazie ambientali che bloccano per anni tutti i progetti. Emblematico il caso del rigassificatore di Brindisi che nel 2011, dopo 11 anni di burocrazia e 250 milioni investititi, ha indotto British Gas a rinunciare al progetto; non meno emblematico il caso dell’impianto eolico off shore di Taranto, per il quale ci sono voluti ben 14 anni per la messa in funzione. Per questo occorre, come ha proposto il ministro Renato Brunetta, liberalizzare quanto prima l’istallazione di pannelli fotovoltaici e mini pale eoliche eliminando lacci e lacciuoli burocratici;

c) introdurre l’obbligo per legge che le reti di distribuzione acquistino energia non consumata a un prezzo pari al 75% di quello mensile stabilito da Arera;

d) infine, prevedere incentivi alle imprese agricole, turistiche, di servizio e industriali per la produzione e installazione di minieolico, cogeneratori e fotovoltaico.

Queste iniziative avrebbero i seguenti effetti: 1) raffredderebbero l’inflazione provocata dall’aumento delle materie prime causato in parte anche dalla concentrazione delle richieste in un periodo troppo breve per poter beneficiare dei bonus; 2) aumenterebbero la produzione di energia riducendo la dipendenza dai Paesi autocratici con notevoli risparmi per famiglie e imprese e un aiuto al governo che sta freneticamente cercando alternative al gas russo; anche lo Stato risparmierebbe in contributi e ristori che aumentano il debito pubblico di ulteriori 25 miliardi; 3) allungando i tempi per beneficiare dei bonus, oltre a risparmiare tanti miliardi per i costi provocati dal 110%, si ridurrebbero di molto le morti sul lavoro causate dall’enorme mole di richieste in edilizia che hanno attirato molte imprese senza esperienza e idonea organizzazione e che operano senza l’adozione di protezioni antinfortunistiche, con un reclutamento selvaggio di lavoratori inesperti e a cui non si è neppure fatta formazione; si stabilizzerebbe così nel tempo anche l’occupazione; 4) infine, si darebbe tempo alle imprese per costituire consorzi di produzione di pannelli solari e batterie, rendendoci più autonomi dalla Cina e aumentando occupazione e Pil.

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