Svezia, trema il sistema-banche nel regno dei conflitti d'interesse

Sabato 30 Marzo 2019 di Mario Ajello e Andrea Bassi
Ingmar Bergman, il grande regista, diceva che lo svedese è un «diabolus absconditus». Ossia sotto il velo di una presunta correttezza, nelle pieghe di una presentabilità di facciata, quella terra del Nord, la sua economia, il suo sistema di relazioni e di influenze contengono un grumo oscuro. E basta scavare un po', per far venire alla luce una Svezia che è l'opposto di come essa si auto-rappresenta e di come vuol far credere di essere. Il terremoto che sta scuotendo in questi giorni il sistema bancario di questo Paese, messo all'angolo dal più odioso dei conflitti di interesse, vale come disvelamento di una realtà tutt'altro che immacolata e cristallina. E nessun tentativo di depistare o di occultare, lanciando sempre accuse agli altri per mascherare le proprie vergogne, può reggere a lungo.

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Ecco allora questo mega-scandalo bancario, che potrebbe essere solo all'inizio, ed è impressionante il quadro che sta emergendo dalle indagini condotte dalla Sec e dal Dipartimento della Giustizia Usa, che per primi hanno puntato il dito sulla più grandeoperazione di riciclaggio mai vista in Europa: 135 miliardi di euro sfuggiti all'occhio distratto e colpevole delle autorità di vigilanza e della magistratura locale. La novità di ieri è che il dossier segreto su Swedbank, con tanto di accuse di frode aggravata e insider trading, reso pubblico dalla stampa quindici giorni fa e di fatto ignorato - a quanto ammesso giovedì durante l'assemblea degli azionisti dallo stesso presidente del board dell'istituto, Lars Idermark - ora rischia di costare la poltrona anche a quest'ultimo.
Per la verità, a questo punto è l'intero cda ad essere messo in discussione, sicuramente dai soci di minoranza, per la maldestra gestione delle accuse di riciclaggio già costate il licenziamento dell'amministratore delegato Brigitte Bonnesen proprio giovedì scorso, un'ora prima che avesse inizio l'adunanza annuale.

L'EFFETTO DOMINO
Lo scandalo della Swedbank, che ha già provocato un crollo del titolo in Borsa pari a quasi un terzo del suo valore, nasce dalla serie di accuse che collegherebbero la banca svedese al flusso miliardario di versamenti proveniente, attraverso sofisticati bridge strutturati in Estonia, dalla Russia e da altri Paesi ex-sovietici tra il 2007 e il 2015. A riprova del clima da consorteria che anima una parte degli affari in Svezia, va anche detto che delle accuse di riciclaggio mosse alla Swedbank dalle autorità di vigilanza americane, erano stati informati alcuni dei suoi principali azionisti ben prima che la notizia finisse sui giornali, senza peraltro provocare alcuna conseguenza al vertice dell'istituto. Eppure un severo allerta - se la virtuosità svedese non fosse un falso mito e una caricatura - avrebbe già dovuto scattare quando la banca era finita nel mirino della stampa americana per aver fornito informazioni fuorvianti sui Panama Papers. Ossia lo scottante fascicolo composto da 11,5 milioni di documenti confidenziali messo insieme dallo studio legale panamense Mossack Fonseca e relativo a poco meno di 215.000 società offshore poi accusate di gravi reati fiscali nei loro Paesi.
Va anche detto che sempre ieri si è appreso che le autorità di vigilanza dello Stato di New York hanno chiesto anche ad altre due banche con sede a Stoccolma, Nordea e Skandinaviska Enskilda Banken (Seb), informazioni dettagliate sulle loro transazioni con altri istituti del Nord Europa. Secondo l'agenzia di stampa Bloomberg, che cita una fonte vicina al dossier, le due banche sono chiamate a fornire al Department of Financial Services ulteriori informazioni sui loro numerosi scambi con lo studio Mossack Fonseca. Al momento non ci sarebbero indicazioni che Nordea e Seb siano sotto indagine, ma una richiesta di informazioni ulteriori è un elemento sufficiente per far pensare che le autorità newyorchesi non sono soddisfatte delle precisazioni ricevute nella precedente richiesta fatta il mese scorso. E ciò induce a sospettare legami non proprio trasparenti con l'attività di riciclaggio di cui è accusata la Swedbank, facendo presumere un'attività assai più ampia rispetto a quella che le indagini hanno finora messo in luce. E viene da pensare, davanti a queste vicende, di fronte a questo intreccio tra conflitti d'interesse, raggiri e altre diavolerie (il diabolus absconditus), a quanto sia fragile e posticcia tutta la retorica che il sistema svedese ha costruito sul proprio modello di nazione, in cui l'etica dell'economia sarebbe una sorta di marchio patriottico d'origine controllata, un vessillo che altri non possono sventolare perché ne sarebbero privi. Un'impostura? Chiamiamola pure così. Un complesso dei migliori? In realtà gli svedesi, pur convinti a torto della propria superiorità, non possono dare lezioni a nessuno.

LA SLAVINA
E questa vicenda bancaria è l'ennesimo tassello della grande ipocrisia. Se i dubbi si accavallano relativamente all'inerzia del board della Swedbank, che dire delle mosse della Vigilanza bancaria di Stoccolma, curiosamente dormiente di fronte a uno scandalo di così vasta portata? Analoga domanda ieri ha posto il Financial Times, sottolineando l'anomalia di una vigilanza inquinata dai conflitti d'interesse, dove il confine tra vigilante e vigilato diventa pericolosamente gassoso. Se questa è l'aria che si respira a quelle latitudini, non sorprende che Erik Thedéen, capo della Financial Supervisory Authority, si sia astenuto dall'affrontare con la determinazione necessaria il caso Swedbank a motivo della sua amicizia con un alto dirigente della Swedbank medesima. Una banca peraltro già finita all'inizio del 2016 sulle pagine economiche dei quotidiani europei per uno scandalo immobiliare che, tra febbraio e fine marzo, ha visto cadere le teste del direttore finanziario, dell'amministratore delegato e infine del presidente. La slavina è in corso. E merita di finire l'illusione che i peggiori sono sempre gli altri.
  Ultimo aggiornamento: 14:54 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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