Ennio Doris: «Ripartiremo di slancio e la Borsa darà la spinta finale»

Ennio Doris: «Ripartiremo di slancio e la Borsa darà la spinta finale»
di Osvaldo De Paolini
6 Minuti di Lettura
Domenica 4 Aprile 2021, 00:50 - Ultimo aggiornamento: 5 Aprile, 10:39

Presidente Ennio Doris, sono molti mesi che lei non parla. Da dove vogliamo cominciare?
«Nonostante questa terribile pandemia dobbiamo alzare gli occhi oltre la cronaca quotidiana». 
Per guardare in quale direzione?

«Siamo nuovamente in lockdown, alle prese con questo flagello come un anno fa. Potremmo quindi pensare che siamo esattamente nella stessa condizione e che sia trascorso un anno inutilmente. Niente di più errato, l’anno scorso brancolavamo nel buio più profondo, non c’erano ancora i vaccini e io sono convinto che grazie a loro la pandemia abbia i mesi contati». 

Verrebbe da dire: Doris, il solito ottimista. 
«Dobbiamo dare tempo ai vaccini. Questione di mesi. E’ come durante la seconda guerra mondiale. Le forze alleate aprivano dei varchi, si facevano strada prima sul fronte africano, poi con lo sbarco in Sicilia, quindi nel Pacifico, infine lo sbarco in Normandia. Dappertutto. Man mano che avanzavano, gli oppressori nazisti, fascisti e giapponesi erano in ritirata e le popolazioni venivano liberate». 

Dove vuole arrivare?
«È semplice. I vaccini oggi sono le nostre forze alleate che progressivamente stanno liberando le popolazioni dall’oppressione pandemica. Pfizer, Moderna, AstraZeneca sono sbarcati, hanno aperto dei fronti e in alcune situazioni stanno già vincendo: Israele, Stati Uniti e Regno Unito. In altre sono più indietro, come capita all’Europa. In altre, come in Africa, la battaglia non è ancora iniziata, ma i vaccini dovranno arrivare anche lì, liberare ovunque, altrimenti l’oppressione pandemica non si sconfigge». 

Dopodiché?
«A quel punto ci lasceremo alle spalle questa pandemia che ci ha messo tutti sotto una cappa di terrore come in un conflitto mondiale. Ripartiremo di slancio, con entusiasmo ed energia inimmaginabili, basta osservare cosa accade quando viene allentato il lockdown, esplode la voglia di vivere».

Ripartiremo di slancio, dice lei. Ne sarà capace l’Italia?
«Sì. Dobbiamo farci trovare pronti per quando saremo liberati dal virus e vedo molte condizioni favorevoli. L’Europa che, dopo anni di rigore, viene in nostro aiuto con i miliardi del Recovery, di cui una buona parte a fondo perduto, la Bce che continua ad acquistare i nostri i titoli di Stato assorbendo quasi totalmente l’incremento del nostro debito. E poi c’è il fattore Draghi». 

Che cosa pensa del premier? 
«Un grande banchiere. Ha salvato l’euro ed è stato di guida e riferimento per tutti i banchieri centrali, inclusi i governatori della Fed». 

E come primo ministro? 
«Finalmente abbiamo cambiato registro e un grande merito è del presidente Mattarella. Con l’incarico a Draghi c’è un leader forte, credibile, autorevole, che ascolta da Lega a 5Stelle, ma poi decide. La sua impronta si vede già nelle posizioni sul blocco dell’export dei vaccini e nel consenso che si sta creando intorno a lui in Europa».

Lei è storicamente legato a Silvio Berlusconi. Come lo collocherebbe oggi?
«Grandi meriti. Per settimane ha invocato un governo all’altezza di una fase così drammatica, un esecutivo di larghe intese e responsabilità nazionale. Ha contribuito non poco a sensibilizzare l’opinione pubblica».

Com’è oggi il rapporto tra lui e Draghi?
«Che Draghi sia arrivato alla guida della Bce su spinta di Berlusconi è noto. È meno risaputo che Berlusconi incontrò, uno ad uno, 14 Capi di Stato europei per creare il consenso attorno al suo nome. Finì appunto 14 voti a favore di Draghi e tre a favore di Weidmann, votato da Germania, Francia e Finlandia. Poteva finire 15 a 2, ma Silvio non riuscì ad incontrare il premier finlandese, ricoverato in ospedale». 

Veniamo all’economia del nostro Paese. Di cosa ha bisogno oggi?
«Snellire le procedure, investire nelle infrastrutture per accorciare la Penisola e la spinta digitale. E poi bisogna consentire all’imprenditoria italiana, che non ha eguali al mondo per ingegno, di poter finalmente competere ad armi pari con la concorrenza». 

Vale a dire?
«La nostra economia è bancocentrica, le nostre imprese sono finanziate per il 95% dalle banche. C’è bisogno di un moderno, ampio e trasparente mercato finanziario, come quello americano, quello inglese. Che fornisca su base stabile e continuativa i capitali alle nostre imprese per i piani di lungo termine, di crescita, di internalizzazione, di digitalizzazione. La nostra economia è fatta di piccole e medie eccellenze ed è forte nell’industria manifatturiera. La ripartenza verrà da lì, ma c’è bisogno di capitali provenienti dal mercato, anche estero».

Di quanto avremmo bisogno?
«Il rapporto tra capitalizzazione di Borsa e Pil da noi è il 38%. E pesano tanto banche e assicurazioni. La Spagna, molto meno industrializzata, ha già un rapporto più alto, vicino al 50%. Non parliamo di Regno Unito e Usa, rispettivamente al 118% e al 130%. C’è bisogno di una Borsa ampia, efficiente e che sia specchio della nostra economia».

Se dico Pir, mi avvicino alla sua idea?
«Vedo che ha capito. I Piani individuali di risparmio devono ripartire. Nel decreto Sostegni al Senato c’è un emendamento per innalzare la quota del beneficio fiscale per i sottoscrittori dei Pir da 30.000 a 100.000 euro l’anno. E’ indispensabile per arrivare a quel moderno mercato dei capitali necessario al nostro Paese. Serve a canalizzare una delle principali risorse di questo Paese, l’enorme risparmio privato, verso l’economia reale. Un lusso, anzi uno spreco che non possiamo più permetterci». 

Sta pensando ai famosi 1.800 miliardi di euro depositati nei conti correnti bancari?
«Certamente. Con i tassi negativi sono un costo per le banche, un parcheggio inutile per i risparmiatori e potrebbero essere molto utili se impiegati almeno in parte per la ripresa del Paese».

Lei che è un po’ il padre nobile del risparmio gestito in Italia, come spiega questa montagna di denaro privato fermo? È solo paura legata alla pandemia?
«La paura certamente, ma non solo. Gli italiani sono andati avanti per decenni con i titoli di Stato, sottoscrivendo Bot senza pensare al perché lo facevano, cercando un rendimento e basta. Abitudine e disinformazione. Ora un titolo di Stato italiano inizia a dare un rendimento positivo, peraltro modestissimo, solo dopo 5-7 anni. I nostri concittadini sono disorientati. La legge che istituisce i fondi comuni risale al 1983, va aggiornata. E poi manca una cultura assicurativa, perché siamo stati abituati troppo bene da decenni di welfare forte». 

Doris, chiudiamo con le banche. L’operazione Intesa Sanpaolo-Ubi Banca ha aperto una nuova stagione di aggregazioni. Altre si stanno profilando.
«Processo inevitabile. Guardi all’auto. Agli inizi del ‘900 c’erano in Italia 300 fabbriche di automobili, di cui 70 a Torino. Oggi c’è Stellantis, un gigante oramai solo in parte italiano che deve giocarsela con gli altri colossi mondiali e guardarsi le spalle da innovatori come Tesla. Voglio dire che è tutto normale conseguenza del progresso e della globalizzazione».

Vale anche per Banca Mediolanum? 
«No, noi cresciamo con le nostre gambe. Ma siamo profondamente diversi, fin dall’origine. Nel 1997 ho fondato una banca senza sportelli, con pochi costi fissi e puntando sulla figura del consulente finanziario. All’epoca ci guardavano tutti come fossimo dei marziani, oggi sono in molti a copiarci».
 

Bonus cultura da 500 euro ai diciottenni, come ottenerlo e spenderlo: in tre giorni quasi 100mila domande

Bonus internet e pc, come funziona il voucher banda larga. Nel Lazio è un flop, usato solo l'8% dei fondi

© RIPRODUZIONE RISERVATA