Telefonia, il paradosso: sempre più innovazione e sempre meno ricavi. Ora l'occasione Recovery

Telefonia, il paradosso: sempre più innovazione e sempre meno ricavi. Ora l'occasione Recovery
di Roberta Amoruso e Andrea Bassi
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Le crepe sono visibili. Come in un edificio antico, all’apparenza ancora bello e ben tenuto, a uno sguardo attento le fessure sulle facciate mostrano quello che non a tutti è evidente: nelle fondamenta c’è qualcosa che non va. I pilastri del settore delle telecomunicazioni italiane (ma non solo) iniziano a non reggere più il peso dell’edificio. Negli ultimi dodici anni le telecom hanno perso quasi un terzo dei loro ricavi. Dall’altro lato, il ciclo dell’innovazione si è fatto sempre più veloce e gli investimenti hanno raggiunto il 25% dei ricavi. Ogni 4 euro di fatturato uno va subito messo da parte per stare al passo dell’evoluzione tecnologica. Il ritorno sugli investimenti è sceso al 3,1%, contro un costo medio ponderato del capitale (quello che i tecnici chiamano Wacc), del 3,8-4%. Cosa significa? Che i soldi sarebbe meglio metterli altrove. Ma perché un settore che nell’immaginario comune dovrebbe essere tra i più ricchi (in fin dei conti fornisce la connessione a internet) è invece finito, soprattutto in Italia, nella sua crisi più profonda? La prima ragione è che in Italia la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, quando c’è stata la fusione tra Wind e 3, ha imposto l’ingresso di un quarto operatore. E nel Paese è arrivato quello con il modello di business più distruttivo: Iliad. «Se potessimo licenziare la metà dei nostri dipendenti», dice un manager del settore dietro la garanzia di anonimato, «potremmo competere ad armi pari». Ma questo, ovviamente, non è possibile.

LO SCENARIO

L’ingresso di Iliad ha estremizzato la guerra dei prezzi che i quattro operatori sono costretti a farsi. Con le conseguenze di cui si diceva. Ma oltre all’atteggiamento della Commissione europea, ha pesato anche quello dell’Authority italiana, totalmente sbilanciato sul lato prezzi\consumatori, senza tener in alcun conto la tenuta complessiva del settore. Che, stretto tra le pressioni del garante e la guerra dei prezzi, ha dovuto tagliare tutto il tagliabile: servizi in outsourcing (che tra l’altro hanno portato alla giungla del telemarketing nelle offerte e alle attivazioni indesiderate), quasi blocco del turn over (che impedisce l’ingresso di giovani con nuove competenze e abbassa la capacità innovativa delle imprese). Con queste premesse il settore si affaccia all’occasione storica del Recovery. L’obiettivo, dichiarato dal governo, non è solo ottenere le risorse Ue. Ma saperle far fruttare a dovere. Perché quei 40 miliardi destinati alla trasformazione digitale siano il modo per avvicinare il Paese al futuro, ma anche una leva per rendere la filiera delle tlc un protagonista adeguato di questa trasformazione. E come può esserlo un settore che nel 2019 ha perso un miliardo di giro d’affari in Italia sotto il peso dell’ennesimo crollo (-6,7%) dei prezzi? Un record tra i grandi paesi europei, mentre nei primi nove mesi del 2020 segnato dal Covid la flessione dei ricavi è stata in media del 5,3%, più intensa per la rete mobile (-6,2%) rispetto a quella fissa (-4,5%). Non solo. Tra dicembre 2002 e dicembre 2019, secondo l’ultimo Osservatorio delle Comunicazioni dell’Agcom, i prezzi sono scesi del 5,3%, contro il -2,1% dell’Ue e il +2,4% del Regno Unito, il Paese più avveduto. Negli ultimi 5 anni l’Italia segna un -18,1% (+11% il Regno Unito), fino ad arrivare al -32,9% del bilancio dei dieci anni (+29,6% il Regno Unito). E così mentre nel decennio 2009-2019 i ricavi totali delle imprese del settore sono diminuiti del 19%, gli investimenti delle imprese non si sono potuti fermare. E tanto meno lo possono fare con la prospettiva del 5G. «Per ogni 100 euro incassati – ha spiegato il presidente uscente dell’Asstel, Pietro Guindani – noi devolviamo 25 euro in investimenti, prima ancora di coprire le spese operative».

I NUMERI IN CALO

Solo nel 2019 gli investimenti hanno superato 7,9 miliardi di euro confermando il trend in crescita dal 2013. Effetto del 5G, visto che l’Italia sembra in pole position per numero di città abilitate, sperimentazioni e servizi per i consumatori. Ma pesa anche il costo troppo alto delle frequenze per abitante, che costringe inevitabilmente a limitare gli altri investimenti. Così l’ipercompetitività del mercato e i ricavi in continuo calo non lasciano altra strada che tagliare i costi, primo fra tutti quello del personale. A fronte del -3% di ricavi del settore nel 2019, i lavoratori sono diminuiti del 6% nel 2019. La soluzione? Non può essere certo quella di fare un cartello tra imprese tlc per non far sprofondare prezzi e margini. L’ideale secondo l’Asstel sarebbe accompagnare i fondi del Pnrr con una strategia su quattro fronti. Se le risorse del Pnrr permettono una pianificazione nazionale per raggiungere la copertura dell’intero territorio con reti Vhcn fisse o mobili, o con una combinazione tra le due, la chiave vincente per farlo è l’asse pubblico-privato. Con impegni precisi da parte del fronte privato, sia chiaro, assunti sulla base di parametri nuovi e meccanismi vincolanti rispetto alle previsioni di investimento. Le risorse del Pnrr potrebbero essere piazzate su base competitiva e in una logica di neutralità tecnologica ed efficienza economica. Si tratta di spingere lo sviluppo di nuovi servizi intelligenti che facciano tornare il settore alla crescita ampliando anche le opportunità di investimento. Il secondo capitolo è la semplificazione burocratica. La stessa Asstel finora guidata da Guindani ha fatto ben presente alle Commissioni parlamentari di Camera e Senato come il ritardo nella diffusione delle reti Bul e Vhcn è dovuto in parte alla farraginosità dei processi autorizzativi. E un primo passo verso la semplificazione è già agli atti con lo snellimento delle procedure amministrative grazie al riconoscimento della “specialità” di settore alle tlc. Ma non basta.

LA DOMANDA DI SERVIZI

 Infine, le imprese chiedono anche sostegno per la domanda per stimolare l’adozione dei servizi e la sostenibilità degli investimenti nell’infrastruttura. Non funziona una super-rete senza la domanda di servizi. E ancora sembra cruciale un incentivo forte allo sviluppo di competenze digitali per l’occupabilità della popolazione italiana, all’ultimo posto in Europa. In realtà qualcuno inizia ad avanzare un dubbio, quasi una provocazione: ma non sarebbe meglio che il settore delle tlc uscisse dalle tariffe libere ed entrasse in prezzi vincolati come quelli del gas, dell’acqua o dell’elettricità? In fin dei conti tutti i regolatori di questi settori hanno costantemente concesso aumenti negli anni per pagare gli investimenti.

Mercoledì 5 Maggio 2021, 16:13 - Ultimo aggiornamento: 12 Maggio, 14:43
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