Bollette sempre più care: rischio tsunami per famiglie e imprese. E al Mise le aziende chiedono la cassa integrazione per il caro energia

Bollette sempre più care: rischio tsunami per famiglie e imprese. E al Mise le aziende chiedono la cassa integrazione per il caro energia
di Roberta Amoruso e Andrea Bassi
6 Minuti di Lettura
Mercoledì 3 Novembre 2021, 15:08 - Ultimo aggiornamento: 4 Novembre, 11:17

La prima onda è arrivata. Un aumento delle bollette elettriche in poco più di tre mesi di quasi il 40%. Il governo ha provato ad alzare un muro per frenare l’impatto della mareggiata su famiglie e imprese.

A luglio ha stanziato 1,2 miliardi di euro, a settembre ne ha aggiunti altri 3,5 nella manovra di Bilancio, ancora, ne ha stanziati altri 2. Quasi 6 miliardi di euro per provare a calmierare i prezzi di elettricità e gas. Sul tavolo, in poche settimane, sono stati messi più o meno gli stessi soldi che, in pratica, il governo ha deciso di destinare nei prossimi anni al taglio delle tasse. Ma che già sembrano insufficienti a fermare l’ondata che, il prossimo anno, rischia di trasformarsi in uno tsunami. Il prezzo del gas non accenna a scendere. E in Italia il gas viene bruciato per produrre energia elettrica. Che, dunque, a sua volta continua a rincarare. Arera, l’Autorità di regolamentazione dell’energia, ha già avvisato che nel primo quadrimestre 2022 ci sarà «un ulteriore significativo aumento dei prezzi». In più, se le cose non cambiano, dal primo gennaio torneranno nelle bollette gli “oneri di sistema” che il governo ha sterilizzato per tre mesi per ridurre l’impatto degli aumenti. Il costo dell’energia per imprese e famiglie, insomma, rischia di impennarsi ancora.

L’ALLERTA

Terna, il gestore della rete elettrica nazionale, è andata in Parlamento a spiegare che siamo di fronte agli aumenti «più consistenti degli ultimi 20 anni». Se l’aumento di prezzo che si è registrato nel terzo trimestre di quest’anno fosse proiettato su 12 mesi, ha avvisato la società della rete, la bolletta elettrica nazionale passerebbe da 40 a 80 miliardi di euro. Si tratterebbe in pratica, di un raddoppio del conto per famiglie e imprese. Aumenti difficili da sostenere e che rischierebbero di impattare seriamente anche sulla ripresa economica. Ma il punto è anche un altro. In Italia nell’energia elettrica ci sono due mercati differenti: quello libero e quello tutelato. Chi si trova sul primo tipo, sia che si tratti di famiglie sia di imprese, ha per ora subito poco o niente l’impennata dei prezzi. Questo perché i contratti sul mercato libero hanno in genere dei prezzi bloccati almeno per un anno. Su questo tipo di mercato le società elettriche fanno offerte in genere con prezzi dell’energia fissi, anche perché comprano la materia prima sui mercati a termine e non su quelli spot, dove bisogna pagare il prezzo chiesto quel determinato giorno. In qualche modo, insomma, i clienti del mercato libero hanno persino ricevuto un vantaggio: il prezzo delle loro bollette non è aumentato e hanno potuto beneficiare degli sconti concessi dal governo con l’eliminazione per tre mesi degli oneri di sistema che pesano sul conto finale dell’energia ogni anno per 14 miliardi. Ma c’è poco da stare sereni.

Il campanello d’allarme è scattato anche per i “liberi”. Confartigianato ha ricordato che le piccole imprese che sono sul mercato libero sono l’83% del totale. Quelle che hanno sottoscritto contratti di fornitura di energia elettrica a dicembre 2020, lo hanno fatto pagando un Pun (il Prezzo unico nazionale, quello di riferimento per l’energia elettrica) di 55 euro per Megawattora. A dicembre, quando si troveranno a dover negoziare i nuovi contratti, la previsione è che davanti avranno controparti che chiederanno un Pun di 155 euro. «Se per ora i rialzi avevano colpito solo i clienti del mercato tutelato e delle tutele graduali - ha avvertito Confcommercio - fra un po’ la situazione diventerà critica per gli altri». In realtà i segnali già ci sono. E sono preoccupanti. Al Mise, il ministero per lo Sviluppo economico, alcune imprese già si sarebbero fatte avanti con una richiesta del tutto inedita: poter mettere in Cassa integrazione i propri dipendenti con la causale «caro energia». Almeno per sostenere gli stop di produzione sempre più probabili. Dopo la Cassa Covid, insomma, più di un settore sta bussando alle porte del governo per ottenere un nuovo aiuto sotto forma di ammortizzatore sociale. Le più esposte, per il momento, sembrano le imprese che in gergo vengono definite energivore, quelle che cioè hanno produzioni che consumano grandi quantità di energia elettrica. Ceramica, vetro, gomma, plastica, sono in estrema difficoltà: per piccole e medie imprese certi costo stanno diventando insostenibili

 I RIMEDI POSSIBILI

 A sollevare il problema, è stata Confindustria Ceramiche. Il presidente Giovanni Savorani ha incontrato il vice ministro allo Sviluppo Gilberto Pichetto, e gli ha fatto presente che il boom dei costi energetici rischia di spingere alcune realtà industriali di molti settori a sospendere le produzioni, pur in presenza di ordinativi dall’Italia e dall’estero. E quello che vale per ceramica e plastica, vale anche per la carta, dove con questi prezzi dell’energia si produce sottocosto. Anche qui il rischio stop è concreto. Ma, in realtà, non c’è settore che non ne risenta. Persino nell’agricoltura l’allarme è alto. Una doccia fredda sulla ripresa. Nella speranza che la fiammata si esaurisca, il governo si sta preparando a un nuovo intervento. Il nuovo stanziamento di 2 miliardi inserito nella manovra di Bilancio, dovrebbe essere utilizzato per confermare la riduzione dell’Iva sul gas e per introdurre una misura simile anche per l’energia elettrica, magari eliminando dalla base di calcolo dell’Iva almeno gli oneri di sistema pagati dai consumatori.

Non basta. La coperta del governo dovrebbe arrivare almeno a 4 miliardi per tamponare i rincari cumulati, in attesa che Vladimir Putin, attraverso la sua Gazprom, riporti i rubinetti del gas verso l’Ue a pieno regime e faccia scendere i prezzi: l’unica misura in grado di fermare la corsa senza fine. La soluzione è però nella riforma strutturale già immaginata da Draghi. L’Arera pensa che sia ora di destinare stabilmente i ricavi delle aste per l’assegnazione delle quote di CO2 pagate dai “grandi inquinatori” alla riduzione degli oneri generali di sistema, come peraltro anche suggerito dall’Ue. Una dote da 2,4 miliardi (51 euro a tonnellata), stima il Gse per il 2021, quasi doppia rispetto agli 1,3 miliardi del 2020. Senza contare che la Commissione Ue prevede che il prezzo arrivi fino a 85-100 euro a tonnellata con la prevista riforma dei crediti CO2. In ogni caso andrebbero spostati dalla bolletta alla fiscalità generale oneri che con il gas e l’energia non hanno niente a che fare, da quelli connessi allo smantellamento delle centrali elettronucleari fino al regime tariffario speciale per le Ferrovie. Nel frattempo, la via europea per controllare i prezzi è negli stoccaggi collettivi e negli acquisti congiunti di grandi quantità. Ma ci vorrà tempo. E dunque, se dopo l’inverno i prezzi rimarranno in tensione l’Italia dovrà farsi trovare pronta.

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