Troppe guerre in giro per essere ottimisti

Venerdì 25 Dicembre 2015 di Giulio Sapelli
Gli economisti di oggi sono generalmente bravissimi a formulare modelli su fatti mai accaduti e nel descrivere prospettive su futuri che non si realizzano mai. Quando accadono eventi che non avevano previsto, di solito sostengono che non sono accaduti. Invece l'economista di un tempo, ossia dell'era preistorica dell'economia mondiale, vale a dire una ventina d’anni or sono, era parco nei numeri quanto nelle profezie.

E se le formulava, di solito lo faceva in base non a dati statistici ma alle sue supposizioni fondate sulla sua generale e profonda cultura. Essendo un economista preistorico, non posso qui che formulare ipotesi che in caso di guerre locali asimmetriche e con altilenante presenza dello Stato quale titolare della forza, le prospettive economiche siano naturalmente incalcolabili matematicamente. In primo luogo non si può non considerare che i campi di guerra oggi sono infestati dalla cosiddetta ”economia nera”, ossia nascosta, ossia parallela come il contrabbando, il furto e lo smercio a rischio di beni irrinunciabili (come il petrolio nel caso dell’Isis).

Ciò complica ulteriormente il quadro. Nondimeno, non possiamo non provare a calcolare le conseguenze di un conflitto dispiegato sul terreno che va dal Nord Africa ai confini del Congo; o che tocca l’Ucraina ed è condotto anche attraverso le sanzioni americane ed europee contro la Russia; per non dire della guerra non dichiarata e fondata su una somma immensa di conflitti locali nel Mar della Cina Meridionale, che coinvolge quest'ultima contro tutte le nazioni con essa confinanti in terra e in mare. A ciò si aggiunga che gli Stati Uniti guidano, più o meno palesemente, la risposta molteplice alla Cina nelle aree di confine, sfiorando spesso il conflitto armato.

In altre parole, un po’ ovunque nel mondo si accendono quotidianamente conflitti armati di vario spessore. E se si considera l'elemento islamico-scismatico non solo in Africa dove esso è ora scoppiato, ma anche nell'Haertland, ossia nelle terre del grande gioco che vanno dalla foce del Tigri e dell’Eufrate sino al corso dell’Indo, ebbene tutto il mondo è in guerra senza che nessuna guerra sia mai stata davvero dichiarata.

«La guerra è la continuazione della politica frammischiata con altri mezzi», diceva Carl von Clausewitz. Dunque, qui interessa ciò che si frammischia. E se cerco trovo il petrolio e il gas che i sauditi usano come possibile deterrente contro l’autonomia energetica degli Stati Uniti, facendo sì che essi guardino con sempre maggiore interesse all’Iran. Qui mi fermo, non trascurando però gli effetti di tanta tensione diffusa sull’Europa, soprattutto su Germania e Francia che, sia pure con strumenti diversi, da anni interagiscono sullo scacchiere globale facendo danni anche verso se medesimi.

Tutto questo stato di tensione ha precise conseguenze economiche. La prima: si accelera il calo del commercio mondiale che giorno dopo giorno perde di volumi e di valore. La seconda: l'instabilità politica e militare danneggia il cuore pulsante del ciclo di vita delle materie prime, già colpite dalla crisi della Cina che, sebbene sia evidente il tentativo di ”occidentalizzazione”, talvolta sembra tornare allo stadio di arretratezza in cui giaceva poco dopo le prime riforme di Deng Ziao Ping. Il conflitto interno al partito di governo è esacerbato dalle immense difficoltà di urbanizzare i contadini, ponendo le basi per una economia non più fondata sui beni strumentali quanto invece sui consumi. Sicché l’impressione è che la Cina decresce e questo è un pericolo per tutto il mondo.

Rimane poi aperto il conflitto, per fortuna solo economico, tra la Bce e la Fed. Quest'ultima ha deciso di manovrare la leva dei tassi verso l’alto dopo un quindicennio di denaro a buon mercato se non a tasso zero. E gli effetti di questo rialzo, sia pure progressivo come ci ha spiegato Janet Yellen, potrebbero risultare meno esaltanti di quanto non venga auspicato, minando così ulteriormente il già precario ciclo delle materie prime. Sicché i paesi produttori, soprattutto gli emergenti, potrebbero soffrirne. Per non parlare delle conseguenze di un dollaro che potrebbe rafforzarsi in modo significativo proprio in relazione all’aumento dei tassi americani.

Va poi considerato che la deflazione europea non accenna a invertire in modo netto la rotta, e questo rende complicato il quadro delle economie nazionali aderenti, peraltro alle prese con un problema migratorio che certo non aiuta.
A tutto ciò si aggiunga che un po’ ovunque si produce troppo e male e il mercato mondiale fatica ad assorbire il tutto. In più gli artifici finanziari che hanno consentito di guadagnare tempo a debito, non funzionano più come un tempo perché la crescita dell'economia reale è troppo diseguale in linea orizzontale, ossia nello spazio, mentre l'incremento immenso di quella finanziaria è troppo segmentato per ceto e determinato da tendenze oscillatorie peristaltiche così forti da far temere anche della sua stessa stabilità (non a caso di tanto in tanto le grandi merchant bank guardano alla Cina con qualche timore).

Insomma, i prossimi anni non saranno tempi meravigliosi, anche se del declino immanente faremo a fatica ad accorgerci giorno per giorno: l’orizzonte del decadimento è infatti ampio.
Non mancheranno però i cosiddetti fiori di campo: l’informatica, il mondo digitale e la rete offriranno infatti opportunità di grande spessore, con un plusvalore assoluto e prodotti e produttori ad altissimo pregio, come dimostra la crescita abnorme delle capitalizzazioni di Borsa delle tante Google che avvolgono il globo. In questo scenario, vincerà chi avrà capito l’importanza dell’innovazione e di essere globali. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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