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Femminicidi in Italia, Istat: nel 2020 le donne sempre più a rischio, nel 70% dei casi a uccidere è il marito

Italia 2020, le donne sempre più a rischio: nel 70% dei casi a uccidere è il marito
di Maria Lombardi
5 Minuti di Lettura
Sabato 6 Febbraio 2021, 08:14 - Ultimo aggiornamento: 12:50

L'Italia è uno dei paesi più sicuri al mondo. Per gli uomini. Anche quando il mondo s'è fermato, non si sono fermati gli assassini delle donne. Meno omicidi ma non meno sangue, nelle statistiche davanti ai femminicidi c'è un segno più. Una vittima dietro l'altra. È stato lui. Il marito, il fidanzato, il compagno e il più delle volte non si tratta di un ex, come rivelano gli ultimi dati dell'Istat. A uccidere è stato - nella maggior parte dei casi - l'uomo che avevano accanto, con cui dividevano la prigione del divano nei mesi del lockdown e le ansie di questo anno nemico, il compagno da cui volevano fuggire, il fidanzato che prima faceva sorridere e adesso faceva paura. In famiglia, nella coppia, nella casa che avrebbe dovuto proteggere dal virus - nel periodo della clausura - e invece per tante è diventata una condanna. La morte era lì, spesso non è arrivata all'improvviso.


Più donne uccise nei primi sei mesi del 2020, con un aumento del 10 per cento rispetto all'anno precedente, secondo il report dell'Istat, elaborato sui dati forniti dal Viminale, dalle Procure e dal Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Il numero dei femminicidi è stato pari al 45% del totale degli omicidi, contro il 35% dei primi sei mesi del 2019. Tra marzo e aprile, nel periodo del lockdown, si è superato il 50%. Le donne sono state uccise principalmente in famiglia o da chi era legato a loro da una relazione (90% dei casi nel primo semestre 2020) e da parte di partner o ex partner (61%).

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I dati 


Le coltellate in casa. Gli uomini che uccidono le donne hanno continuato a farlo. Il 49,5% dei femminicidi (55) nel 2020 sono stati commessi da un uomo a cui la vittima era legata in quel momento: a febbraio, maggio e ottobre la percentuale è del cento per cento. E l'11,7% (13) da un ex. Nel 70,0% dei casi l'assassino è il marito, mentre tra gli ex prevalgono quelli che sono stati conviventi e fidanzati. Dei 110 femminicidi nel 2020, 98 in famiglia, contro i 94 del 2019. Un aumento costante negli anni.


Perché questa esplosione di violenza? «Con il lockdown le donne sono state ancora più sottoposte al controllo e al potere da parte dei partner o ex partner violenti», Elisa Ercoli è presidente di Differenza Donna Ong. «Il controllo sociale, durante l'isolamento, è diminuito, mentre è aumentato il potere di lui all'interno di una relazione squilibrata. Il lockdown inoltre ha portato le donne ad essere più disoccupate più povere più recluse e gli uomini violenti a poter controllare e minacciare di più». Nei mesi di chiusura totale, sottolinea Ercoli, c'è stata una maggiore allerta da parte delle istituzioni. «Insieme alle associazioni che gestiscono i Centri Antiviolenza, sono state avviate campagne per arrivare alle donne e non lasciarle sole. Nella seconda fase quelle stesse istituzioni sono tornate silenti e poco presenti. Questi dati richiedono un intervento efficace subito. Per questo abbiamo bisogno di una ministra alle Pari Opportunità, con portafoglio, competente, autorevole, capace di rovesciare stereotipi e pregiudizi».


Non si può morire perché si è donne. «Non bastano leggi più severe e un impianto esclusivamente repressivo per affrontare questa realtà», è convinta la senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della Commissione d'inchiesta sul Femminicidio. «Bisogna intervenire con maggiore efficacia sulla protezione, leggere correttamente la violenza, riconoscere in tempo utile i segnali di un rapporto squilibrato, intercettare i reati spia. Se liquidiamo il femminicidio come un raptus non indaghiamo sui segnali che avrebbero potuto far presagire un'evoluzione della dinamica malata in questo senso».

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Il patto


Poi è arrivato il Covid e tante case sono diventate tombe, per lei. «Per prevenire questa escalation bisogna agire sulla cultura della relazione attraverso un patto di tutte le agenzie educative, la scuola, l'università, le famiglie. È necessaria una maggiore formazione e specializzazione di tutti gli operatori che trattano i casi di violenza. Ma ci vuole anche una cultura diversa che consenta un racconto più corretto della violenza e abbatta gli stereotipi». L'Italia è ancora indietro, sostiene la senatrice. «In Spagna di fronte alla violenza nei confronti di una donna c'è un'indignazione corale, nel nostro Paese la maggioranza pensa ancora: lei se l'è cercata». È vero, negli ultimi anni sono aumentate le denunce, questo fa ben sperare. «Ma finché non cambia l'immaginario collettivo», difficile che cambino i numeri della violenza.
 

 

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