L'Università dell'Aquila e la cultura della Pace: intervista ai docenti Barone e Nuzzaci

Mercoledì 21 Ottobre 2020 di Sabrina Giangrande
Denis Mukwege e Francesco Barone

L'AQUILA - Due docenti universitari con un obiettivo in comune, la pace: il professor Francesco Barone docente presso il dipartimento di Scienze Umane dell’Università dell’Aquila, è portavoce del documento di denuncia e di pace di Denis Mukwege, premio Nobel per la Pace 2018 e la professoressa Antonella Nuzzaci presidente del Consiglio di Area didattica in educazione e servizio sociale dello stesso ateneo aquilano. 

Prof. Barone, in queste ultime settimane sono aumentati i messaggi intimidatori nei confronti di Denis Mukwege, premio Nobel per la pace 2018. Qual è il suo parere in merito? 

«Considero gravissime le minacce di morte nei confronti di Mukwege. Il medico congolese, come è noto, è il fondatore dell’ospedale Panzi nella città di Bukavu. Grazie a diversi incontri intercorsi con lui, ho avuto modo di constatare il suo elevato spessore umano e il suo impegno civile. Da diversi anni, il dottor Mukwege, chiede l’istituzione di un tribunale penale internazionale in grado di giudicare i crimini, cui sono state vittime migliaia di persone della Repubblica Democratica del Congo... Intanto, ritengo molto positive le iniziative intraprese a sostegno della figura di Mukwege da parte di alcuni Organismi internazionali e della società civile. Nei giorni precedenti, per le strade di Bukavu, numerose persone hanno marciato in segno di solidarietà con il premio Nobel per la pace. Questo è un segnale molto significativo che denota la volontà di agire comunemente a difesa dei diritti umani».

Lei è impegnato da molti anni nelle missioni umanitarie in Africa; si può essere ottimisti sul futuro del continente?

«Oggi, più che in passato, assistiamo a un regresso caratterizzato da una onnipresente dimenticanza nei confronti dei problemi che riguardano milioni di persone povere nel mondo. Ciò che accadrà in Africa nei prossimi decenni condizionerà di molto il destino dell’intero pianeta. E, in considerazione della vicinanza geografica, delle relazioni economiche e sociali, riguarderà soprattutto l’Italia e l’Europa. Per contrastare l’assurdità del male e della sofferenza, è necessario intraprendere non provvisoriamente la strada della pace e della solidarietà, nella consapevolezza che nel mondo, ogni giorno muoiono migliaia di bambini a causa della mancanza di cibo, malnutrizione e malattie facilmente curabili. Non è più sufficiente predicare la pace, è sempre più necessario praticarla».

Prof.ssa Nuzzaci, perché una ricerca sulla pace?

«Per creare una cultura della pace e fondare comunità di pace occorre mettere al centro un dialogo capace di contrastare l'escalation della violenza sistematica che sta investendo la società ad ampio livello. La responsabilità di questa violenza non è propria di specifiche realtà, come quella congolese, ma riguarda i Paesi di tutto il mondo ed è estesa a livello globale, interessando moltissime dimensioni. In questo senso è necessario che bambini, giovani e adulti acquisiscano abilità critiche e riflessive tali da attivare pratiche di pace anche attraverso l’assunzione di atteggiamenti positivi verso se stessi e la comunità a cui appartengono».

Qual’è l’obiettivo della ricerca?

«L'obiettivo della ricerca è quello di comprendere l’idea che le persone hanno di pace e, in particolare, di coloro che sono iscritti ai corsi di laurea di area educativa, al fine di cogliere valori, convinzioni, atteggiamenti e sentimenti che possono essere fondanti per lo sviluppo di una cultura civica democratica e per contrastare la violenza imperante, oltre che l’aggressività e i conflitti. È ormai noto come priorità diverse siano legate alla pace – responsabilità, partecipazione, giustizia –, che incarnano convinzioni significativamente diverse riguardo le capacità e gli impegni di cui i cittadini dovrebbero avere bisogno per implementare la democrazia».

Quali sono i risultati principali della ricerca? 

«Da quanto rilevato in merito agli atteggiamenti verso la pace i dati appaiono confermare come il valore positivo di quest’ultima sia profondamente radicato e come essa si esprima prevalentemente nella solidarietà, nell’aiuto fornito agli altri, nel permettere alle persone di accedere ai servizi essenziali (salute, istruzione ecc.), nel contrastare le sopraffazioni e le violenze, nel prendersi cura dei più deboli e nel rispettare le regole. La pace, nell’indagine, si afferma soprattutto come “bene per la collettività” e come forza trasformativa dell’educazione, compito determinante della formazione a qualunque livello capace di sostenere i valori della giustizia sociale. La ricerca mostra l’emergere di atteggiamenti, in termini di valori, credenze, rappresentazioni, che collocano la pace all’interno di nuclei di significato profondi della personalità di un individuo e che costituiscono un fattore centrale nel determinarne i comportamenti civici, consapevoli e responsabili. Anche se indagini come queste si scontrano con problemi come quello della “desiderabilità sociale”, cioè della proiezione all’esterno di un’immagine di sé da parte dell’intervistato che deve risultare gradita all’altro, i risultati ci fanno, comunque, ben sperare».

Sabrina Giangrande

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